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CENTRI URBANI E SICUREZZA"
Incontro a La Fabbrichetta con Roberto Cornelli, Sindaco di Cormano
- 19 aprile 2007
Pier Vito Antoniazzi: Cornelli è un personaggio interessante
per noi… E' giovane (compie 33 anni a giugno), dal 2004 è sindaco di
Cormano (città di prima fascia dell'hinterland milanese), è criminologo,
studioso e docente nell'Università di Milano-Bicocca di sicurezza urbana
e criminalità…
Roberto Cornelli: Il problema della sicurezza "esplode" in Italia
a metà degli anni '90, con qualche anno di ritardo rispetto ad altri
Paesi europei. Dopo una stagione in cui la criminalità organizzata e
il terrorismo interno avevano catalizzato le attenzioni e le preoccupazioni
dei politici e dell'opinione pubblica, ondate di panico morale investono
le aree urbane strutturando sentimenti di paura e di esasperazione per
la micro-criminalità, per il disordine urbano e per le inciviltà. Sono
soprattutto i fatti di criminalità comune, come i furti in appartamento,
gli scippi e le rapine, ad alimentare le campagne "informative" dei
mass-media e le insicurezze delle persone.
Sono gli stranieri extracomunitari i principali bersagli del sentimento
di intolleranza che si diffonde rapidamente e che porta nelle piazze
migliaia di persone in fiaccolate contro la microcriminalità e l'immigrazione.
La "protesta civile", resa più acuta dalla sfiducia verso il sistema
politico colpito duramente dalle indagini giudiziarie di Mani Pulite,
s'indirizza verso i Sindaci, in quanto referenti istituzionali più prossimi
ai cittadini, anche grazie alla legge che nel 1993 ha introdotto la
loro elezione diretta. Mentre al Governo nazionale si chiede una politica
di "legge e ordine", vale a dire di inasprimento delle pene e di stanziamento
di risorse per mettere le forze di polizia nelle condizioni di controllare
il territorio e contrastare i fenomeni devianti e criminali, ai governi
locali si chiede di intervenire nelle numerose situazioni di disagio,
di precarietà, di conflitto e di insicurezza che affollano la vita delle
persone nelle città, e che vengono espresse attraverso una generica
e indistinta domanda di sicurezza.
L' allarme sociale per la criminalità non è un fenomeno nuovo in Italia:
il biennio 1974-75 fu caratterizzato da un'intensa campagna di opinione
sulla drammaticità e la diffusione del fenomeno criminale, unita alla
richiesta di maggiore fermezza rispetto a fenomeni criminali emergenti,
quali terrorismo e criminalità organizzata. E sicuramente è un tratto
caratteristico di tutti i Paesi Occidentali. Stati Uniti in testa: negli
anni Sessanta il Presidente Jonshon, Democratico, indicò nel 1966 la
paura della criminalità come il più diffuso tra i "costi" che la criminalità
infligge ai cittadini e, dunque, il problema principale da affrontare
in un programma governativo centrato sulla "guerra al crimine". Fu la
prima volta che il termine fear of crime (paura della criminalità) entrava
in un discorso presidenziale: gli eventi ( tra cui le rivolte dei ghetti
neri, il clima di sfiducia nel sistema penale, le preoccupazioni dei
ceti medi) stavano conducendo un Presidente Democratico fortemente impegnato
nell'attuazione di un programma keynesiano di riforme sociali in direzione
fortemente socialdemocratica a promulgare - dopo passaggi congressuali
molto difficili - una legge, il The Omnibus Crime Control and Safe Streets
Act, limitativa delle libertà e delle garanzie processuali. Da quel
momento in poi, con l'avvento di Nixon e dopo un decennio di Reagan,
la paura diventa un elemento sempre presente in ogni discorso elettorale
o presidenziale riguardante la giustizia penale, la criminalità e lo
stato sociale e attorno a cui elaborare politiche penali.
In Italia, i Governi di centro-sinistra a partire dal 1996 si sono trovati
a gestire l'esplosione dell'allarme sociale per la criminalità e l'immigrazione,
probabilmente senza esserne preparati trattandosi di un tratto nuovo
della sensibilità diffusa e della politica.
E hanno reagito con misure, come il "pacchetto sicurezza" del 2001 del
Governo D'Alema, che ha avuto più la funzione di affermare una volontà
di governare politicamente il fenomeno della criminalità (giustizia
simbolica o espressiva) più che un'efficacia nel governarlo effettivamente.
Nel pacchetto sono state previste - secondo le parole dell'allora Ministro
della Giustizia on. Piero Fassino - "misure che assicurano maggiore
certezza della pena, accelerazione dei processi, ampliamento dei poteri
di indagine della polizia, inasprimento della severità per reati che
destano forte allarme sociale".
Questa linea repressiva, che intende rassicurare le persone attraverso
l'aumento delle pene, dei comportamenti punibili (penalizzazione) e
l'incremento dell'organico delle forse di polizia, non tenne conto delle
riflessioni e delle politiche adottate a livello locale, ad esempio
nell'ambito del progetto della Regione Emilia-Romagna o del Forum Italiano
sulla Sicurezza Urabana, o dalle associazioni tematiche di partito,
come l'associaizone VivereSicuri dei DS. Questa linea repressiva non
tenne, e non tiene tuttora, conto dei risultati della ricerca criminologica
che sull'analisi delle tendenze criminali e sul tema della "deterrenza"
ha un sapere ormai consolidato e fruibile anche dalla politica.
Un approfondimento breve per parlare di un aspetto specifico e limitato
relativo all'efficacia: se si pensa che circa la metà dei reati commessi
in Italia ogni anno (tot. reati denunciati nel 2004 in Italia: 2 milioni
e 970 mila circa) è un furto, e che circa il 95% dei furti sono di autore
ignoto, si comprende come l'aumento delle pene non abbia un effetto
così deterrente per la commissione di furti. E non è un problema tanto
di certezza della pena, perché per per quel 5% circa di furti con autore
noto, le sentenze di condanna arrivano: subiscono una pena detentiva
il 65% di coloro che sono stati imputati di un furto (sono tutte elaborazioni
su dati Istat). E molto spesso sono persone che ormai non note al sistema
penale, riconoscibili e quindi più facilmente arrestate: spesso entrano
in carcere sempre gli stessi, perché i più facili da prendere.
La politica reagisce all'allarme criminalità spesso semplificando -
la semplificazione è, d'altra parte, una necessità della politica, che
si scontra in questo caso con l'efficacia delle misure messe in campo
- e dando l'idea che ci sia maggiore "controllo".
Il governo nazionale tende a riaffermare la centralità della "risposta
penale" per rassicurare i cittadini, secondo l'assunto classico - debole
nei fatti - che aumentando le pene, aumenti la deterrenza e diminuisca
la criminalità. Il risultato è, invece, una delega al sistema penale,
sempre più collassato e che non produce giustizia per molti motivi,
ma anche perché viene investito, senza criteri di priorità, di una quantità
enorme di fatti.
La protesta civile dalla politica nazionale si sposta sulla giustizia,
per poi tornare, con maggior vigore e maggiore sfiducia, alla politica,
non in grado di assicurare alla giustizia (e alla polizia soprattutto)
di funzionare bene. E le insicurezze si alimentano della sfiducia derivante
da questa promessa mancata.
Ma lo Stato non è più centrale nelle strategie di rassicurazione adottate
dai cittadini.
Tre tendenze caratterizzano questi anni:
1) La privatizzazione o commercializzazione della sicurezza (in
USA anche delle carceri oltre che della polizia). A Singapore, ad esempio,
ci sono due agenti di polizia privata ogni agente di polizia pubblica;
negli Stati Uniti il rapporto tra polizia pubblica e polizia privata
è di 1 a 3. In Italia nel 2001 siamo arrivati a 1 poliziotto privato
ogni 6 pubblici.
2) Dallo stato alla "comunità". Oggi si chiede sicurezza al Sindaco.
Persino nei comuni più piccoli oggi si va più dal sindaco che dai carabinieri
per segnalare problemi di sicurezza.
3) Ricorso a misure extralegali legate alla prevenzione situazionale
o comunitaria. Esempio le ronde, le recinzioni, le telecamere. Spesso
senza considerarne attentaemente l'uso, la funzionalità e l'efficacia.
Facendo un passo indietro e analizzando le tendenze della criminalità
a partire dal Secondo Dopoguerra notiamo un forte aumento dei reati
denunciati tra il '70 ed il '75, non paragonabile per importanza (un
vero e proprio salto) a quello degli inizi degli anni Novanta. Perché
allora "l'allarme sociale" è venuto 20 anni dopo?
La "paura della criminalità" entra nel dibattito pubblico italiano a
metà degli anni Novanta in un periodo di "crisi drammatica e profonda".
Provo a elencare solamente per titoli alcuni dei fenomeni che penso
abbiano accompagnato l'insorgere della paura della criminalità come
tema politico:
- fine del bipolarismo Est-Ovest e crisi dei partiti ' sfiducia nel
sistema di rappresentanza
- fine del bipolarismo Est-Ovest e crisi economica ' sfiducia nella
capacità di governo dell'economica
- immigrazione e la difficile co-abitazione con lo straniero
- "Mani pulite" e questione morale ' sfiducia nella politica
- Mass-media: la scoperta della vittima come risorsa comunicativa.
Interventi di Gadola, Gori, Antoniazzi, Meroni,Crapanzano:
-Un giornale ha scritto che a Milano si droga 1 su 3. Ci sarà ben un
mercato vasto…
-Com'è la situazione ad Amsterdam che ha legalizzato le droghe leggere
e che ha i quartieri a luci rosse ?
-Ho letto "Gomorra". L'esercito della camorra è fatto di quindicenni…
-La sinistra è subalterna, anche nel linguaggio,pensiamo a "tolleranza
zero" per esempio. Cornelli: "Tolleranza zero" fu coniato da
alcune femministe canadesi in una campagna contro le violenze sessuali.
Hobbes diceva che la paura è all'origine dello Stato moderno: la paura
di ciascuno verso ogni altro spinge gli uomini a rinunciare alla propria
libertà delegando allo Stato la funzione di protezione e di sicurezza.
Oggi sembra essere un problema di equilibrio e prospettiva: in uno stato
democratico dobbiamo cercare di garantire sicurezza costruendo risposte
di civiltà, di convivenza, dirette alla creazione di una società aperta.
La FABBRICHETTA,
idee concrete per Milano. www.lafabbrichetta.it
l
Per informazioni:
lafabbrichettala@tin.it |