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MAURIZIO
AMBROSINI
Professore di “Sociologia dei processi migratori” presso la Facoltà di
Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano
Riprende l’attività della Fabbrichetta con l’incontro con Maurizio
Ambrosini, dal titolo “Da braccia a persone, il nodo della cittadinanza” .
L’argomento è importante perché “in prima pagina” da alcuni anni,per il
suo sviluppo quantitativo, ma anche per i provvedimenti governativi allo
studio e quindi per le innumerevoli polemiche scatenate.
Il nostro taglio vuole sempre essere milanese, con la voglia di fare
proposte, e quindi chiediamo ai relatori di aiutarci a fare emergere
qualche idea, perché le città hanno bisogno di progetti anche al di là
dello schieramento politico.
Il tema della cittadinanza è in questo senso centrale, e su di esso
vorremmo coinvolgere altre associazioni ed istituzioni, con la voglia di
trasformare in politica i progetti culturali, creando consenso ed
aggregazione.
Cercherò di accogliere l’invito a far scaturire idee,anche se per chi fa
il mio mestiere spesso è più facile fare analisi che proposte, ma sulla
base di quattro considerazioni di fondo, qualche proposta potrà alla fine
essere fatta.
1) Da braccia a persone
il titolo del mio intervento è significativo di una cosa che nella nostra
città oggi possiamo dire di avere capito, a differenza di 15 anni fa: gli
immigrati sono “utili invasori”, malvisti, ma che svolgono un’attività
positiva nella nostra società. La rappresentazione che ci facciamo del
clandestino è quella di un maschio, arabo, impegnato in attività losche
dopo essere arrivato da noi con il barcone. I veri irregolari però sono
statisticamente perlopiù donne, arrivate in aereo con un permesso di
soggiorno in genere turistico e rimaste a lavorare in gran parte nelle
nostre famiglie.
Qualunque cifra venga fatta sul numero di questi irregolari è falsa, ed è
meglio cercare degli indicatori: agli sportelli delle poste in occasione
dell’ultima sanatoria si sono presentati in 500.000, mentre a Lampedusa in
un anno sono sbarcate 16.000 persone.
A fronte di questo fenomeno, lo strumento fondamentale di politica
dell’immigrazione è stato rappresentato dalle sanatorie, cinque in
quindici anni, più il movimento generato dal decreto flussi che
costituisce un altro tipo di sanatoria.
Questi immigrati sono desiderati ma non benvenuti, perché vanno bene per
alcuni lavori, ma certamente non come vicini di casa, o potenziali mariti
delle nostre figlie, benché si sia piuttosto
verificato in proposito un fenomeno di matrimoni di maschi italiani con
donne straniere (70% dei matrimoni misti).
2) La repressione delle irregolarità
Su sbarchi e repressione fioriscono i luoghi comuni: anzitutto non è vero
che basti volerlo per rimandare indietro quelli che vengono intercettati,
perché le garanzie personali proprie del nostro ordinamento liberale,
rendono difficile l’espulsione immediata ed automatica. Si può essere più
rigidi, come avviene a Singapore o in Nigeria, o in Kuwait, ma si tratta
di paesi che lasciano a desiderare sotto il profilo della tutela dei
diritti umani. Le scorciatoie in nome dell’efficienza si pagano in termini
di diritti, come si è visto in occasione del coinvolgimento della Libia,
il cui sdoganamento dall’etichetta di stato canaglia si è accompagnato con
la disattenzione umanitaria su quello che viene fatto in quel paese ai
migranti.
In secondo luogo c’è un argomento molto terra – terra: reprimere le
irregolarità con le espulsioni costa moltissimo in termini di uomini e
mezzi, ed in definitiva soldi. Già allo stato attuale delle cose la Corte
dei Conti ha rilevato che per ogni euro speso dal governo Berlusconi per
integrare l’immigrazione, se ne sono spesi due per le espulsioni.
Espellere di più vorrebbe dire peggiorare ancora questo rapporto.
In realtà nessun paese civile è andato oltre la soglia del 15% di
espulsione di immigrati irregolari individuati. Anche perché i paesi di
origine pongono difficoltà ad accettare i rimpatri (servono appositi
accordi, e neppure quelli sono a costo zero), e perché il 50% degli
irregolari individuati viene rilasciato perché non è possibile fare
un’identificazione certa della nazione di origine o perché manca un
accordo di riammissione. I soldi poi si spendono male, e in modo casuale:
pochi mesi fa a Genova si è fatta una retata espellendo a casaccio qualche
decina di lavoratori irregolari ecuadoriani solo perché c’era un charter
disponibile. Le autorità spesso sanno dove stanno i piccoli malavitosi,
italiani e stranieri. ma preferiscono per varie ragioni non colpirli,
utilizzandoli anzi per alimentare il circuito informativo.
A cosa servono le politiche repressive ? Ad assolvere ad una funzione
deterrente e a una simbolica: la prima è un monito verso gli immigrati, la
seconda tende a rassicurare la pubblica opinione sul fatto che i governi
difendono i confini. A queste due funzioni è difficile rinunciare, così
come ad esempio non si rinuncerà ai CPT.
3) Cittadinanza e diritti
Quando è esploso il caso Padova, l’allora ministro Fini ha espresso la
certezza che 5 anni per arrivare alla cittadinanza sono pochi. Non a caso
a Padova la giunta (ulivista) ha alzato il muro, ignorando che se ci sono
spacciatori immigrati ci sono clienti cittadini.
La questione della cittadinanza nazionale muove corde emotive profonde.
Michael Walzer ricorda che nell’antica Atene la cittadinanza era limitata
ai maschi liberi ateniesi, escludendo le donne, gli schiavi ed i meteci:
lavoratori stranieri ammessi in quanto utili, ma non riconosciuti come
concittadini. Oggi nelle nostre società stiamo riproducendo questa
situazione, ovvero una forma di tirannia di una parte della popolazione
che vive in un certo territorio (i cittadini nazionali), prendendo le
decisioni che riguardano anche un’altra parte (gli immigrati residenti
stabili).
Negli anni sessanta nelle nostre città gli umori diffusi erano analoghi a
quelli di oggi, ma l’oggetto erano i meridionali. Questi malumori sono
rimasti però a livello di senso comune, senza arrivare ai piani alti della
politica, perché quelli erano cittadini e votavano.
Il tema delle cittadinanza è importante al di là dell’effettiva
propensione al voto degli immigrati, perché responsabilizza le istituzioni
e ridefinisce i termini della solidarietà nazionale. La nostra identità è
di tipo tribale, basata sui vincoli di sangue e sul legame familiare (si
può facilmente diventare italiani per matrimonio).
La legge che ha alzato a 10 anni il periodo di residenza necessario per
ottenere la cittadinanza è del 1992, approvata con voto unanime delle
forze politiche. E’ una legge di chiusura etnica della cittadinanza, che
aggiunge ai molti anni i tempi lunghi ed incerti di esame delle richieste,
tanto più che il 50% delle richieste vengono respinte. E’ istruttivo il
fatto che in tutto il mondo già scricchiola l’impianto dei 5 anni,
criterio seguito in USA Francia e Inghilterra, mentre in Canada sono solo
3 ed in Australia addirittura 2.
4) Religione e identità nazionale
Si tratta di un tema molto ampio, che ha caratteristiche proprie anche al
di là della questione della migrazione.
Nell’America del diciannovesimo secolo certe categorie di immigrati erano
considerate non assimilabili nella società del nuovo mondo per motivi
religiosi. Erano i cattolici, sospettati di obbedire ad un’autorità
religiosa straniera, il Papa, ed alla gerarchia ecclesiastica, ed erano
osteggiati ufficialmente e anche con violenza anche da apposite
associazioni, frequentate persino da personaggi illustri come Samuel
Morse, l’inventore del telegrafo. Però i cattolici, e gli ebrei dopo di
loro, hanno costruito le loro chiese, poi vicino alle chiese le scuole e
infine gli ospedali. Così sono diventati cittadini, elaborando un’identità
americana rispettosa delle loro radici religiose.
E’ una vecchia storia che ritorna: l’identità nazionale viene messa in
questione dall’identità religiosa. E’ ancora un fatto etnico: le nazioni
europee sono sorte sul legame suolo –lingua- sangue – religione. Oggi è
più difficile capire cosa ci tiene insieme, e allora anche la religione
rischia di tornare ad assumere una funzione etnica, come collante che ci
unisce contrapponendoci ad altri.
Sulla base di queste quattro considerazioni di fondo, quali sono le
possibili proposte sul piano operativo ? Manca un impegno serio contro le
discriminazioni etniche e religiose, impegno che dovrebbe trovare spazio
anche a livello locale. Serve un’authority o un’apposita agenzia che
individui e persegua le discriminazioni ai vari livelli.
Gli stranieri da noi sono quelli che fanno i lavori delle cinque P:
Pesanti – Pericolosi – Poco pagati – Precari – Penalizzati socialmente.
Questo fatto entra indisturbato nella normalità della nostra vita,
producendo gli stereotipi sugli stranieri, per cui per esempio i filippini
sono considerati adatti ad accudire la nostra casa ed i nostri figli. C’è
però un aspetto pericoloso: il passaporto finisce per determinare le
attitudini. Così per esempio i sikh vengono impropriamente etichettati
come abili custodi di vacche, per ragioni religiose, mentre nulla hanno a
che vedere con il culto della vacca sacra.
Con o senza agenzia dedicata, un impegno istituzionale servirebbe per
promuovere il riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze
acquisite dagli immigrati: per es., traducendo la documentazione,
verificando i programmi di studio, aprendo negoziati con università e
ordini professionali
La questione del diritto di voto è importante anche a livello
amministrativo. Forse si potrebbe fare una battaglia per dare a Milano il
diritto di voto agli immigrati almeno nei Consigli di Zona, che sono per
di più organi a carattere consultivo. Nel programma della zona 9 c’è
l’ipotesi di una consulta interculturale per avere un organismo che
riconosca la presenza di quel 10% di immigrati censiti in zona.
Questo faciliterebbe il superamento dello stereotipo e l’aumento del
dialogo.
La lingua è uno strumento essenziale su cui lavorare, perché è uno
strumento di integrazione a basso costo, accosta all’identità locale. Che
cittadino può essere quello che non parla la lingua locale ?
Quali cittadini creiamo con l’esclusione ? Come è possibile rifiutare la
cittadinanza ad un bambino che è nato in Italia o che ha fatto tutte le
scuole in Italia ?
Abbiamo una cultura capace di accogliere ? Il linguaggio, l’approccio
tradiscono una scarsa cultura dell’altro.
Le politiche dell’immigrazione dovrebbero tendere ad evitare che si
costituiscano nuovi ghetti, che sono in sé pericolosi e radicalizzano il
problema.
Sul tema del diritto di voto ci sono state fughe in avanti (proposta
Fini), ma del tutto sterili; il problema si sgonfia se diminuisce il tempo
necessario per ottenere la cittadinanza, altrimenti il diritto di voto può
diventare un passaggio intermedio, prima di accedere alla piena
cittadinanza
La questione della lingua è essenziale, e facilmente affrontabile: si
potrebbe pensare a un test per i candidati all’ingresso, preferibile ai
corsi di formazione professionale all’estero, che hanno un sapore
vagamente coloniale (presuppongono che nel resto del mondo non ci siano
scuole e università in grado di preparare le persone) Dovrebbe anche
includere l’educazione civica, la stessa che si dovrebbe studiare nelle
nostre scuole, Diverso, e orrendo, sarebbe un test volto a sondare i
valori: quali sono i valori che possono essere definiti come nazionali ?
La polemica sarebbe lunghissima.
Circa la questione della cultura dell’accoglienza dell’altro, è vero che
assistiamo a pratiche quotidiane di esclusione, anche a livello
istituzionale, ma dall’altra parte ci sono mille iniziative che servono ad
aggirare le difficoltà dell’integrazione.
Una di esse si è vista proprio sulla questione dell’accoglimento dei figli
di irregolari nelle scuole: dapprima qualche preside, poi qualche
provveditore, infine una legge dello stato.
Le seconde generazioni dovrebbero avere maggiori diritti e invece anche
nella Francia della cittadinanza “di suolo” sono stati fatti passi
indietro, ma si è anche visto in occasione dei disordini nelle “banlieues”
che la cittadinanza non è una bacchetta magica. Infatti i fermati erano
quasi tutti cittadini francesi
A Milano un bambino su quattro nasce con almeno un genitore “straniero”,
questo impone la ricerca di percorsi di contaminazione interculturale.
Circa la questione dei ghetti, l’esperienza francese ed americana dimostra
che i ghetti si creano per la fuga dei cittadini bianchi di fronte
all’insediamento dei neri o degli immigrati. Le politiche giuste devono
essere volte a creare quartieri che abbiano diverse componenti. Oltre al
ghetto spaziale, c’è quello occupazionale: se ci saranno immigrati medici,
giornalisti, insegnanti,ecc. e non solo manovali, domestici,portinai,… i
loro figli saranno più accettati come compagni di scuola dei nostri figli
a pieno titolo.
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lafabbrichettala@tin.it |