
__________________________________________________________________________________________________________
"DIAMO UN NOME A MILANO"
Incontro a La Fabbrichetta via Pepe 38 (MM
Garibaldi) - Giovedi 26 maggio 2005 alle ore 18.00
con STEFANO BOERI, docente del Politecnico
di Milano.
Avvicinandosi elezioni amministrative riprendono sulla stampa i dibattiti
su Milano, il suo passato recente, il suo presente incerto, il suo futuro
roseo o catastrofico... Si parla di verde, di traffico,di disagio
abitativo,di rilancio culturale... ma di cosa davvero si sta parlando? E'
un discorso generico che vale per qualsiasi città europea? Qual'è oggi
l'anima di Milano? Cos'è lo specifico di questa città? Qual è il suo nome?
A partire dalla sua connotazione urbanistica, dalla sua presenza fisica
proverà a suggerire qualche risposta Stefano Boeri, docente del
Politecnico.
Prosegue con questo incontro il lavoro de La Fabbrichetta volto a
rinnovare "la scatola degli attrezzi" della politica milanese e a
costruire pezzi di un programma di governo innovativo per la città.
__________________________________________________________________________________________________________
Senza la pretesa di sviluppare un
intervento sistematico, si può partire da una constatazione: oggi quasi
sempre chi parla di politica della città di Milano lo fa in modo generico.
Ci sono spunti su temi anche importanti, come la solidarietà, la politica
sociale, ma si parla di Milano come di una città astratta. Verde,
competitività, qualità della vita, sono termini che potrebbero essere
utilizzati per tante altre città. Guardare Milano da milanese e anche
tecnicamente da architetto e da urbanista, permette di cercare di capire
se è possibile costruire un’immagine di sfondo della città, che sia
aderente alla sua realtà.
Milano è una città unica, interessante, ricca di cose belle e brutte,
spazi, comportamenti urbani, che possiamo pensare e memorizzare.
Propongo una triplice modalità di avvicinamento a Milano che renda
possibile uno sguardo sulla città, ed insieme la faccia raccontare.
1) il primo sguardo riguarda il come esiste Milano oltre i suoi confini
verso nord, verso quella zona che dalla Malpensa alla linea delle sorgive
vede una serie di edifici in continuo, una successione di centri
commerciali, autolavaggi,ecc. che costituiscono un corpo unico attaccato a
Milano. Altre città europee (soprattutto Barcellona e Londra) hanno visto
espansioni analoghe: l’area urbana a nord di Milano è costituita da una
serie di piccoli centri che si sono accorpati, dove storicamente si sono
insediate industrie di varie dimensioni, creando una netta differenza
rispetto alla zona sud, nella quale ancora oggi è presente una realtà
agricola.
In questa nebulosa ci sono altre due città: la prima è data dal sistema
Sempione / Valle Olona, un insieme di centri urbani saldati, legati da un
sistema di viabilità importante (le autostrade dei laghi – le ferrovie
nord – le ferrovie dello stato), ricchi di una presenza industriale
diffusa (anche se oggi spesso in crisi, come nel tessile), e dotati di
importanti servizi propri (dalla università di Castellanza alla Malpensa)
e che ha in fondo tentato(attraverso Bossi e la Lega) di darsi una
auto-rappresentanza politica.
La seconda città della nebulosa è costituita dal sistema Brianza, sulla
carta o dall’alto una grande foglia che da Lecco arriva fino a Monza,
anche in questo caso con una storia industriale importante, una volontà di
auto rappresentazione rispetto alle istituzioni (resa concreta da istituti
vivi e forti come l’Associazione Industriali della Brianza o nuovi come la
Provincia di Monza).
Milano, come città a partire dalla sua classe politica, non ha mai voluto
riconoscere questa realtà, alternando nella sua “politica estera” verso i
vicini criteri di diplomazia della superbia, a criteri puramente
quantitativi e demografici, comunque volti a svilire gli interlocutori.
Senza mai capire che il nocciolo della questione fra le diverse entità
confinanti sta nei servizi e nei rapporti di scambio legati al sistema
commerciale e formativo, che insieme Milano e la nebulosa nord formano.
Il fatto che Malpensa e la nuova Fiera siano al centro di questa realtà
urbana nuova darà inevitabilmente un nuovo sviluppo a questa situazione,
tutto da vedere e da governare.
2) secondo sguardo su Milano, utilizzando una scala più ridotta: entrando
a Milano si entra in una seconda città, quella che si sviluppa intorno al
sistema delle tangenziali, che portano ogni giorno in città 850.000
macchine. Si tratta di una colossale rotatoria sulla quale sono
localizzati centri commerciali ed aree ricreative aperti sette giorni la
settimana, ognuna con le sue ramificazioni periferiche (Nuova e vecchia
Valassina – Seregno /Meda) o secondo assi che penetrano nel centro
cittadino (da sud Corso Lodi sino a piazza Missori, da nord via Novara
sino a corso Vercelli), che subiscono ogni giorno l’influenza del sistema
delle tangenziali;
in questa visione la periferia non è tale perché lontana dal centro, ma
perché vicina a questi enormi flussi di traffico che condizionano in modo
decisivo tutta la vita locale, su questioni importanti come gli spazi
verdi, il traffico, la qualità dell’aria che si respira. Ragionando su
questa visione della città, bisogna parlare di un principio di
cittadinanza che non è solo basato sulla residenzialità, perché ci sono
tutta una serie di categorie di nuovi cittadini non residenti:
city user (come dice Guido Martinotti), ragazzi che bazzicano il centro
storico, uomini d’affari, frequentatori del sistema moda, studenti. Si
tratta di persone che entrano in città, usano il suo sistema e lo
influenzano.
3) terzo ed ultimo sguardo, riguarda la città che sta dentro i confini
amministrativi, che è diventata un arcipelago, nel quale convivono molti
sotto sistemi: almeno tre città legate alla moda (Montenapoleone – porta
Genova – via Bergamo / Fogazzaro) e deve far riflettere il fatto che se ne
voglia creare una nuova per decreto sull’area Garibaldi –Repubblica; poi
una cittadella giustizia, che ha determinato uno sviluppo specifico di
tutta l’area intorno al Tribunale, con interi stabili occupati da uffici
di avvocati; una città dello sport è San Siro, da piazza Lotto al Meazza.
Isole a propensione funzionale che formano un caleidoscopio, un arcipelago
in cui le singole isole possono essere potenti: economicamente o per la
loro capacità di relazione con isole analoghe fuori dai confini cittadini.
Isole che tra loro non si parlano, come già avvenuto in passato per realtà
aventi i loro spazio specifici (arte – industria etc.).
Queste tre visioni prese singolarmente non ci danno il significato
compiuto della città, ma se le sovrapponiamo in un gioco di carta,
otteniamo una rappresentazione più completa della realtà cittadina.
Se infatti pensiamo alla Scala 2, presa a sé stante può essere una
realizzazione buona o cattiva a seconda di generiche prese di posizione.
Ma se la vediamo inserita nel sistema della nebulosa nord, posizionata a
poche centinaia di metri dal sistema delle tangenziali lungo l’asse che da
Sesto San Giovanni arriva alla Stazione Centrale nel centro, ed inserita
nella nuova cittadella del sapere e del terziario che è la Bicocca,
abbiamo una lettura del tutto diversa della Scala 2.
Si tratta di ripensare, o meglio di pensare per la prima volta ad una
“politica estera” del comune di Milano, che non tema gli interlocutori
esterni, con cui anzi dovrà necessariamente discutere alla pari per poter
affrontare i problemi della città.
Ci sono altre città da difendere: prime fra tutte quella degli anziani e
quella dei bambini, che hanno bisogno di recuperare gli spazi e compensare
la mancanza di vuoti che si avverte a Milano. Le occasioni perdute, a
partire da quelle dei 17 milioni di metri quadri di aree dimesse censiti
nel 1985, ed oggi male occupati nella quasi totalità, al progetto Città
della Moda che non coinvolge i cittadini al Garibaldi – Repubblica.
Studiando come recuperare queste città c’ è ancora uno spazio notevole per
raggiungere risultati apprezzabili.
La politica dei partiti sembra in questo senso proporsi ancora come un
passaggio obbligato, senza e contro il quale sembra essere impossibile
anche solo fermare un progetto suicida, come quello della riqualificazione
di piazza Schiavone alla Bovisa. Ma è anche vero che proprio il percorso
della Fabbrichetta è partito dalla considerazione che i partiti devono
esistere e fare il loro mestiere, a noi di prospettare vie nuove e di fare
sentire a quel sistema la nostra voce e le nostre proposte.
Certo le esperienze di tutti convergono nel segnalare che
l’amministrazione così come esiste non ascolta i cittadini, favorita anche
da un sistema che premia in modo esagerato la maggioranza, lasciando
l’opposizione completamente sprovvista di risorse. Così mentre la giunta
commissiona studi miliardari, l’opposizione fa fatica a collezionare i
dati necessari a capire la realtà.
La classe politica espressa in città negli ultimi 15 anni non si cura per
niente di sfruttare le potenzialità di elaborazione fornite
dall’università e dagli altri centri di produzione delle proposte, la
classe politica non sa farsi committente che di progetti mirati, spesso
orientati a fare cassa. La capacità di ascolto è quindi quella di un ceto
politico che non può recepire sistemi più complessi di quelli che deve poi
governare.
Tutto questo lascia una città che in termine di stile di vita è nella
retroguardia in Europa, nella quale tutti si adeguano cercando una strada
negli eccessi normativi esistenti. Il sistema finisce per orientarsi da
solo, e appena si trova una breccia ci si infila per determinare il
cambiamento. Non è più possibile rifarsi a cose come il “Piano del
commercio”, ma si deve trovare il modo di liberare le iniziative che
lascino emergere le specificità dei soggetti. Ad esempio se l’imprenditore
edile fosse davvero tale e non anzi tutto uno speculatore immobiliare,
potremmo liberare quei modelli di impresa che non misurano le loro
realizzazioni in metri cubi, ma in qualità complessiva dell’opera
realizzata.
In questo senso 500.000 mq di mansarde autorizzate negli ultimi cinque
anni, significano 15.000 abitanti in più a Milano, ma chi fa il conto dei
500.000 abitanti che nel frattempo ha perso Milano? Chi, essendo
impossibile governare, questo che è stato un vero proprio fenomeno di
emigrazione per Milano, ha cercato di verificare che fine hanno fatto i
vani abitativi nei quali risiedevano?
Le ultime proposte da parte dell’amministrazione comunale risalgono alla
giunta Formentini, quando l’assessore Serri, al verificarsi di alcuni
parametri verificabili, ipotizzava un premio di qualità in termini di
volumetrie supplementari. Gli immobiliaristi si allinearono nel boicottare
quelle proposte, salvo contendersi gli effetti a colpi di mazzette.
Una delle decisioni cui un’analisi del sistema città dovrà portare sarà
quella dell’eventuale pedaggio per la circolazione in città, che è
possibile, ma che passa per una serie di criteri (quali sono i confini) e
di conflitti (con i centri maggiori dell’hinterland) che vanno
preventivamente studiati ed avviati a soluzione prima di emanare la
normativa.
Di certo il Comune di Milano deve recuperare quella che è stata una delle
sue caratteristiche storiche per tutto il novecento e gran parte
dell’ottocento, ovvero di essere dalla parte dei cittadini. Questo
rapporto perso, che si coglie ben nel passaggio dal “ghisa” alla “polizia
municipale”, può e deve essere rivisto e cementato con fatti concreti di
collaborazione.
La tendenza alla nostalgia non deve comunque essere un fatto negativo,
come riferimento ad un modello di città ormai sorpassato, ma essere di
guida in un percorso della memoria, che consenta ai singoli cittadini di
recuperare le motivazioni delle trasformazioni che subiscono, e sulle
quali possono essere chiamati anche a decidere.
l
Per informazioni:
lafabbrichettala@tin.it |