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CARCERE: UN GHETTO IN CITTA’ ?
Valerio Onida
Professore di Diritto Costituzionale
Presidente Emerito della Corte
Costituzionale
Fra le proposte di discussione
concreta sulla Milano che viviamo e che vorremmo far cambiare, la
Fabbrichetta ha colto l’occasione di interrogare il professo Valerio Onida,
Presidente emerito della Corte Costituzionale, non dei molti temi propri
della sua esperienza accademica e professionale, ma della sua sfera
privata, poiché Valerio Onida si occupa come volontario della condizione
carceraria. Uno dei molti argomenti sui quali il Comune di Milano potrebbe
avere voce in capitolo.
Il tema è interessante, perché se solo passasse concretamente questa idea,
ci sarebbe un enorme passo avanti nella considerazione dei temi carcerari,
perché la realtà odierna è che di carcere non si occupa compiutamente
neanche chi dovrebbe prendersi cura dell’istituzione carceraria nel suo
complesso.
E’ considerazione evidente che la città si occupa dei propri luoghi, nei
quali vivono i nostri concittadini. Tale è anche il carcere, e tali sono,
anche se spesso lo si dimentica, i carcerati.
Non molti sanno che molti carcerati chiedono la residenza nel comune di
reclusione, per poter risolvere in modo più pratico i loro problemi
amministrativi. Ad esempio a San Vittore si reca periodicamente un
impiegato comunale per gestire lo sportello . Analogamente
l’amministrazione municipale si occupa di facilitare l’accesso ai luoghi
di reclusione periferici con linee regolari di mezzi pubblici.
Milano ha quattro istituti carcerari maggiori, San Vittore, Opera, Bollate
e il Beccaria per i minori. Il più vecchio e centrale, San Vittore,
assolve ormai la funzione di custodia di detenuti in attesa di giudizio,
che non scontano una pena definitiva, ma sono in regime di custodia
cautelare. Per questo a San Vittore non si applicano tutti gli istituti
del regime penitenziario, e quindi ad esempio il lavoro e la cultura non
sono dei diritti. Giuridicamente si tratta di una situazione corretta a
norma di legge, ciò non toglie che si pongano dei seri problemi pratici.
Opera e Bollate sono strutture relativamente recenti, anche se invecchiate
in fretta ed in modo diverso fra loro, mentre al minorile Cesare Beccaria
i giovani detenuti restano sino al 21° anno, prima di affrontare il salto,
spesso drammatico, verso il carcere ordinario.
Questo mondo appartiene alla città, e qualcuno dice che le carceri
contribuiscono a valutare il grado di civiltà di una nazione.
Questo principalmente perché il carcere ha un valore rieducativo, anche se
oggi è un dato di fatto acquisito che tale non sia per chi ci arrivi da
situazioni marginali per motivi sociali, economici o familiari. Il carcere
dovrebbe essere un momento privilegiato per occuparsi di queste persone
marginali, altrimenti così difficili da controllare e persino abbordare
per l’istituzione. Purtroppo anche questa occasione non viene colta, non
ostante, come spesso accade in Italia, l’esistenza di una buona legge, che
però viene spesso male applicata. C’è una distanza siderale fra le belle
esposizioni ed aspettative delle leggi, e la realtà carceraria.
Ad esempio l’art 20 della legge sull’ordinamento carcerario dice che il
lavoro è obbligatorio, ma poi nelle carceri italiane solo il 20% dei
detenuti ha un lavoro interno o esterno. Bollate arriva al 50%, e questo
ne indica la situazione privilegiata. Il motivo delle differenze sta nelle
strutture e nelle risorse: il sovra affollamento delle strutture è un
fatto noto, e laddove manca la struttura minimale non è possibile pensare
a spazi per il lavoro.
Ma le risorse sono anzi tutto gli uomini: la polizia penitenziaria non
copre mai interamente gli organici né ha rapporti numerici adeguati agli
standard internazionali. Si assiste invece ad un fenomeno di cattiva
distribuzione geografica delle risorse umane, tema ricorrente nella nostra
amministrazione pubblica così sbilanciata in termini di personale verso il
mezzogiorno.
Tuttavia il rapporto fra polizia penitenziaria e detenuti è generalmente
buono, non mancano le opportunità di formazione.
Del tutto carente è invece il livello delle risorse nelle aree del
personale non di custodia: educatori, psicologi ed altre categorie sono
rarissimi, al punto che si stima siano poco più di 200 in tutta Italia.
Ci sono poi limitazioni fortissime per tutto quanto costa, dall’acqua
calda alla carta per scrivere, sino al capitolo delicatissimo della
sanità. Il detenuto ha per legge, tutti i diritti del cittadino in materia
di salute, e se prima esistevano strutture sanitarie all’interno del
carcere, nel regime del Servizio Sanitario Nazionale è l’Azienda Sanitaria
Locale a dover assicurare le prestazioni a tutti i carcerati, cittadini e
non. Ovviamente le particolarità della condizione carceraria si riflettono
sulle prestazioni sanitarie, perché il carcerato non è libero di spostarsi
autonomamente né in modo programmato solo in funzione dei suoi bisogni
sanitari, il che pone un serio problema organizzativo.
A Milano presso l’Ospedale San Paolo c’è un reparto di degenza riservato
ai detenuti, ma ovviamente è poco per le quattro strutture di reclusione
milanesi.
Stante questa situazione il problema è cosa fare.
Alcuni enti locali nominano un garante dei diritti dei detenuti, fra essi
tanto il Comune di Roma che la Provincia di Milano. La cosa in sé potrebbe
anche avere un valore, purtroppo questi enti non hanno né poteri reali né
strutture su cui appoggiarsi, e quindi si finisce per essere condizionati
dalla personalità del garante.
Che poi esiste già per legge, ed è il magistrato di sorveglianza, ovvero
colui che ha, fra gli altri, il compito di sorvegliare la corretta
gestione della struttura carceraria. Nella realtà gli altri numerosi
compiti del magistrato di sorveglianza (in particolare amministrativi in
relazione al calcolo ed alle modalità della pena per ciascun detenuto)
finiscono per essere prevalenti, e quindi la figura determinante diviene
quella del Direttore del carcere, come ad esempio a Bollate.
Ben vengano queste figure se propositive, ma spetterebbe alla
amministrazione penitenziaria nel suo insieme l’azione concreta, e non le
sole iniziative di bandiera molto visibili ma poco reali.
L’ente locale ha funzioni che interagiscono in modo sostanziale col mondo
carcerario, prima fra tutte la competenza sui servizi sociali , che si
occupano di raccordare i detenuti che stanno anche parzialmente fuori
dalla struttura, in regime di semi libertà. Ha poi competenza
sull’edilizia, il che non è secondario perché se come vuole la teoria la
pena dovesse essere scontata principalmente fuori dal carcere allora una
politica edilizia per il carcere avrebbe un impatto serio. Potrebbe
infatti incidere sulla detenzione domiciliare, che spesso risulta
impossibile per la pratica mancanza del domicilio specificamente per i
detenuti extra comunitari, ma anche per molti cittadini. E’ il caso delle
detenute madri, che se hanno figli minori di 10 anni, e in assenza del
rischio che possano commettere reati gravi, dopo avere scontato 1/3 della
pena possono accedere alla carcerazione domiciliare.
Inoltre il Comune si occupa di lavoro interviene in prima persona sul
mercato del lavoro, e questo è un tema centrale per il detenuto, che se
non ha lavoro oggi in carcere, ben difficilmente potrà trovarlo domani
quando dal carcere uscirà. La legge Smuraglia aveva dato 6 mesi di sgravi
fiscali a chi assumeva un detenuto all’uscita dal carcere, ma dovrebbe
fare seguito un’assunzione a tempo indeterminato, e questo avviene
raramente, per motivi legati alla congiuntura economica.
Ancora, il Comune ha competenza sulla cultura, ma interviene oggi solo con
la limitata fornitura alle biblioteche del carcere, laddove potrebbe
intervenire con risorse aggiuntive. C’è un esempio della Regione Lombardia
che paga personale integrativo che ha funzione di supplenza rispetto alla
citata carenza di organici.
Peraltro è evidente che per fare ci vogliono risorse, anche solo per
creare le condizioni materiali del pratico utilizzo delle risorse stesse.
Si può parlare di una miriade di micro progetti che potrebbero essere
supportati con un minimo impegno da parte dell’ente locale.
(Viene citato il caso della costruzione di un bagno nuovo per l’asilo nido
di San Vittore, finanziato da privati e realizzato nella sostanziale
indifferenza dell’istituzione e nella competitività fra organizzazioni
volontariato).
Spesso il problema si limita all’assenza di coordinamento: nella stessa
amministrazione penitenziaria c’è grande lentezza per arrivare
all’applicazione della pena, figuriamoci della lentezza con la quale i
detenuti possono fruire dei benefici di legge. Il solo collegamento
informatico reale svecchierebbe l’amministrazione dando maggiore efficacia
al suo lavoro.
Esiste un esempio evidente della carenza di coordinamento: la legge di
riforma dell’ordinamento carcerario, prevedeva l’istituzione di “Consigli
di aiuto sociale” in ogni distretto di Corte d’appello. Questi enti,
presieduti dal Presidente del Tribunale avrebbero dovuto avere ampie
competenze su tutti gli aspetti della vita carceraria, ed essere
finanziati con la cassa ammende dei tribunali. Non ne è entrato in
funzione neanche uno, e le loro funzioni di coordinamento non sono svolte
da nessun altro organo.
C’è poi il lungo e complesso capitolo degli stranieri: certamente non
tutti gli stranieri che arrivano sono tutti delinquenti. Oggi gli
stranieri rappresentano il 30% della popolazione carceraria a livello
nazionale, mentre se ne stima una quota intorno al 10% della popolazione
nazionale. Questa quota supplementare è dovuta all’assenza di quella rete
esterna di supporti che conduce in condizioni normali ad evitare il
carcere, e quando ciò non è possibile, ad affrontarlo con la disponibilità
dell’appoggio familiare all’esterno. Così il carcere è pieno di detenuti
che scontano pene brevi, sino a tre anni, alle quali quasi tutti gli
italiani sfuggono.
Se il comune collaborasse in maniera attiva nella gestione del processo di
rilascio dei permessi di soggiorno, oggi svolto dalla Polizia di Stato con
spirito di sacrificio, ma nessun mezzo supplementare, si avrebbero
famiglie più rapidamente e compitamente integrate. E questo finirebbe per
evitare marginalità, e nel caso, di dare un supporto ai detenuti, per non
fare del carcere una condizione irreversibile e prolungata nel tempo.
Su tutto questo il Comune potrebbe intervenire, ma con fantasia e buona
volontà molto si potrebbe fare. Si tratta in primo luogo di intervenire in
modo coordinato con altri enti pubblici aventi competenza sul carcere,
dalla magistratura alla stessa amministrazione penitenziaria, alla sanità
pubblica, e con gli enti privati quali il settore del volontariato. Questo
complesso di enti funziona meglio e con maggiore efficacia se c’è un
coordinamento ed un supporto, innanzi tutto tecnico, non necessariamente
finanziario.
Il Comune di Milano non è decisivo ma neanche del tutto assente: c’è un
Osservatorio Comune/Carcere, coordinato dal Dirigente dell’Assessorato ai
servizi sociali, che si occupa di coordinare gli interventi delle
associazioni di volontariato. Ci sono iniziative minime, come 3
appartamenti messi a disposizione ad Opera per i permessi e la semi
libertà, su fondi Cariplo, peraltro non permanenti. Si tratta di rendere
continuativa e coerente questa politica.
Il volontariato e l’intervento sostitutivo dell’ente locale non possono
essere anche letti come l’abdicazione dello stato dai suoi compiti in
materia di rieducazione ? E la gestione del rapporto con il volontariato,
non è legata a politiche di breve respiro ed a strutture che poi sono di
potere o sotto potere economico ? Nell’esaminare le responsabilità
politiche dell’ente locale in materia carceraria questi dubbi non sono
eludibili. Anche perché che la responsabilità sia politica, giudiziaria,
istituzionale, quello che è certo è l’impatto dell’universo carcerario
sulla realtà sociale.
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