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Proseguendo nella politica della Fabbrichetta di ascoltare le voci della
Milano che cambia, abbiamo scelto un argomento solo apparentemente leggero
e marginale come quello della relazione fra politica ed uno sport popolare
come il calcio. In un periodo in cui la cosiddetta “terzietà” è all’ordine
del giorno della politica, ci interessa capire l’esperienza di chi ha
cercato di concretizzare una terza via nel calcio milanese, tenendo anche
di vista il rapporto con la politica, e per questo diamo la parola ad
Alessandro Aleotti.
ALESSANDRO ALEOTTI
Giornalista
Direttore di Milania
e Presidente Brera calcio
La questione del rapporto fra politica e calcio è solo un aspetto della
più generale visione del rapporto fra parte e tutto, ovvero fra una parte
della città e la città nel suo insieme.
Qualcuno dopo le primarie cittadine ha detto che con il popolo delle
primarie si era riempito San Siro: mi pare una metafora che dimostra in
pieno la subordinazione, non solo lessicale, della politica rispetto al
calcio.
Silvio Berlusconi, poco più di dieci anni fa, aveva perfettamente capito
che, almeno nell’immaginario identitario e lessicale, il calcio era già
più forte della politica. Così ha usato a piene mani la metafora lessicale
calcistica, da “Forza Italia” alla “discesa in campo”, usando un
linguaggio che ha spiazzato la vecchia politica. Insomma, in questi ultimi
quindici anni, la partita tra un calcio in grande crescita economico
identitaria (gestito da puri mestieranti) e una politica in grande crisi
economico-identitaria (gestita da neofiti entusiasti), è stata nettamente
vinta dal calcio. Certo, tutti sappiamo che il calcio è un’industria
produttrice di debiti, ma questo va ricondotto, non già al settore in sé
(i cui fatturati sono più che raddoppiati in cinque anni), ma al fatto che
i veri gestori del calcio, non essendo mai proprietari dei club, sono più
interessati a far “circolare” soldi (nei ricavi o nei costi non importa),
piuttosto che a condurre, su sensate linee strategiche economico-sportive,
i propri club. Per questo tipo di calcio vale ancora il vecchio detto
secondo cui “il convento è povero ma i frati sono ricchi”. Da questi
manager nessuno comprerebbe un’auto usata, ma questa è la realtà del mondo
del calcio.
I mondi della politica e del calcio sono quindi separati, poiché al calcio
non interessa la politica (e questo, vedremo poi, è un problema) se non
per qualche favore strumentale (vedi decreti spalmadebiti) e la politica
si dimostra troppo debole per riuscire a fare del calcio uno “strumento
positivo” per i propri fini generali.
Questa analisi, purtroppo, vale sia a livello del grande calcio che a
livello del calcio dilettantistico diffuso sul territorio. Nel solo comune
di Milano sono attive oltre cento società di calcio partecipanti ai
campionati FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio) ed altrettante che
partecipano ai campionati amatoriali degli enti di promozione sportiva
(CSI – UISP – Acli, etc…). I numeri di questa realtà sono impressionanti
(oltre trentamila tesserati con le loro famiglie), ma, da almeno quindici
anni, nessun soggetto politico locale riesce ad intercettare i bisogni di
questa realtà e promuoverla sul piano del protagonismo sociale. Questo
popolo del calcio non è integrato in alcun modo con la politica locale,
poiché ormai essa ha smesso di dialogare con quei pezzi di città che hanno
una loro forza autonoma. Infatti questi pezzi di città non hanno bisogno
della politica per la loro attività, e la politica non li può
strumentalizzare banalmente con le promesse. Così passa l’idea che questi
mondi autonomi (come il calcio, il mondo della moda, quello della
pubblicità, della “information tecnology” eccetera) non debbano avere
nessun tipo di mediazione politica, neanche se volta ad integrarli in un
blocco composito. Il motivo di questa mancato dialogo risiede nella natura
reticolare di questi mondi. Non si tratta, infatti, di poteri forti e
monolitici, quasi fisicamente identificabili, ma di mondi complessi.
Dispiace dirlo, ma sembra che anche la sinistra abbia rinunciato ad
interpretare queste realtà, per dedicarsi a proporre un modello politico
di città orientato solo a quei pezzi marginali della città che, estranei
ai poteri forti quanto alle reti, hanno bisogno della mediazione politica.
Da questa analisi, cinque anni fa, ho preso consapevolezza che dal mio
punto di osservazione (dirigevo Milano Metropoli, un piccolo settimanale
d’opinione), poteva essere più efficace , per fornire chiavi di lettura
originali sulla città, realizzare iniziative con forte valenza simbolica
utilizzando il calcio. Ho così fondato, nel 2000, il Brera Football Club,
la terza squadra di Milano che ha cominciato la sua vita sportiva ad un
livello piuttosto alto (la serie D, quinta di dieci serie federali che
vanno dalla serie A alla Terza Categoria), grazie all’acquisto di un
diritto sportivo da una squadra monzese. L’idea di aggiungere all’immagine
egemonica di Milan e Inter, anche una terza squadra, nonché alcune scelte
simboliche come riaprire l’Arena al calcio, prendere Walter Zenga come
allenatore e collocarsi in un quartiere-simbolo come Brera, ha prodotto un
grande risultato comunicativo: in poco tempo il Brera Football Club ha
raggiunto una visibilità paragonabile o superiore (sondaggi alla mano)
rispetto a società sportive dimensionalmente molto più importanti come
l’Olimpia o i Vipers, che nei rispettivi sport hanno una posizione molto
più elevata nelle classifiche a livello nazionale.
Purtroppo i risultati sportivi, con due retrocessioni in cinque anni, non
sono stati entusiasmanti e quindi il progetto sportivo di rappresentare
un’alternativa possibile ai due grandi club, risulta oggi molto lontano.
Le cause dei mancati risultati sportivi sono attribuibili a risorse
economiche inferiori alle squadre nostre avversarie (che, per intenderci,
in serie D rappresentavano città capoluoghi di regione come Trento, in
Eccellenza città capoluoghi di provincia come Lodi e in Promozione, cioè
nella categoria in cui attualmente siamo, significative cittadine della
cintura come Trezzano, Rozzano o Settimo), ma soprattutto per il fatto
che, mentre sul piano simbolico il Brera rappresentava un’innovazione
vincente, sul piano calcistico il progetto (salvo nell’esperienza di una
stagione che di seguito esporrò) non presentava alcuna innovazione reale.
E quindi pagava lo scotto di inserirsi da neofita in un mondo con
meccanismi molto rodati. Bisogna tener presente che i budget per un
campionato di serie D variano tra 300 e i 700 mila euro a stagione, per un
campionato di Eccellenza tra i 150 e i 450 mila euro e per un campionato
di Promozione tra i 70 e 200 mila euro. Vi è poi una discriminante di
fondo: quella dell’allenamento diurno o serale. Se ci si allena di giorno,
il rimborso ai giocatori deve permettere loro di fare solo il calcio,
mentre se ci si allena di sera il rimborso può essere una integrazione ad
una attività lavorativa che i giocatori svolgono. Questo cambia
sostanzialmente i budget nella voce: “rimborsi ai giocatori” (che,
peraltro, la legge 398 del ’91 regolarizza in una trasparenza fiscale sia
per i soldi che ricevono i giocatori che per i contributi che versano gli
sponsor). La differenza è che in serie D tutte le squadre si allenano di
giorno (ed hanno quindi giocatori “professionisti”), mentre in Eccellenza
solo due o tre su diciotto e in Promozione, salvo rare eccezioni, nessuna
si allena di giorno (almeno qui al nord; al sud è diverso, anche perché
minore è la possibilità di avere un’alternativa nel lavoro).
Vale ora la pena ricordare il tentativo, sul piano strettamente
calcistico, che il Brera, nella stagione 2003-2004, ha compiuto per
cercare una strada innovativa nel raggiungimento dei risultati sportivi.
Di questo siamo debitori a Piero Bassetti che parla da tempo della nostra
come di un’epoca di identità post nazionali, nella quale la competizione
non è più fra stati nazione, ma fra entità in qualche modo trasversali,
che fanno riferimento ad una cultura ed una identità più che ad un
territorio. Così l’Inghilterra di Blair, la Spagna di Zapatero e perché no
lo stesso stato di Israele, vivono e si sviluppano in una rete il cui
elemento connettivo è dato da una identità e una cultura che va oltre il
loro territorio.
La maturazione di questa idea di fondo, nella sua applicazione calcistica
nel Brera, è avvenuta progressivamente ed è passata attraverso
l’esperienza con Mario Kempes, mitico centravanti dell’Argentina campione
del mondo, e uomo di sinistra fieramente avverso al regime fascista dei
militari argentini. Kempes selezionò un certo numero di giocatori nella
serie B argentina, tutti con passaporto italiano perché figli o nipoti di
emigranti di origine italiana. Eravamo nel 2001, anno in cui scoppiò il
crack argentino. L’idea di vincere campionati tesserando giocatori
“italici” (cioè italiani di passaporto, ma non di pratica calcistica) in
Argentina, sembrava funzionare molto bene sul campo. Dopo un’esperienza
naufragata per problemi burocratici (il tentativo di acquistare il
Fiorenzuola, una piccola società professionista), questo progetto ha
potuto realizzarsi nel Brera per le prime venti giornate del campionato
2002-2003, con risultati eccellenti (il primo posto in classifica). Poi,
come spesso accade, il mancato adempimento di accordi economici da parte
degli sponsor ed altre difficoltà hanno fatto tornare il Brera solo
“italiano” e, a fine campionato, il primo posto “italico” ha dovuto
purtroppo lasciare il passo al terzo posto “italiano”. Dopo questa
esperienza, la società vivacchia (con una nuova retrocessione) per un paio
d’anni, sino a quando (e siamo a quest’anno) può rimettersi in piedi (in
prospettiva della prossima stagione) il progetto “italico” grazie ad una
collaborazione tra “calcio e intervento sociale”. Nella prossima stagione
sportiva, infatti, il Brera farà un lavoro gratuito di “tutoring” per
circa 80 minori con diverse tipologie di problemi legati al disagio
giovanile, che sono ospiti delle comunità dei Martinitt. In cambio, i
giocatori “italici” del Brera vivranno e si alleneranno nella storica
struttura dei Martinitt.
Il calcio come meccanismo di intervento sociale è stato, infatti, la
peculiarità forse più positiva delle iniziative scaturite dall’esistenza
del Brera calcio. E’ il caso dell’iniziativa che abbiamo realizzato nel
carcere di Opera, con l’obbiettivo di costruire un ponte fra carcere e
mondo esterno. Abbiamo fatto nascere, nel 2002, il FreeOpera Brera, una
squadra di calcio interamente composta da detenuti che ha potuto
partecipare (grazie ad una deroga federale che gli permetteva di giocare
sempre in casa) al campionato che rappresenta il primo gradino federale:
la Terza Categoria. La differenza tra questo intervento ed altre
iniziative che mettono in contatto il calcio con il carcere, è stata che
in questo caso non ci si è limitato all’evento della partita fra detenuti
e vip (positivo ma limitato nel suo risolversi in una operazione di
immagine, finita la quale nulla cambia nella vita dei partecipanti), ma si
è creato un meccanismo stabile e duraturo che, attraverso il calcio, crea
un ponte con l’esterno e pone i presupposti per “sperimentare” la
popolazione carceraria in un progetto che può portarla a misurarsi con ciò
che esiste fuori dal carcere. Questo progetto, infatti, non solo ha
coinvolto i quaranta detenuti (atleti e dirigenti) impegnati direttamente
nella squadra, ma l’intera popolazione carceraria (a seicento detenuti
veniva permesso ogni domenica di assistere alla partita), impegnata in una
sfida al mondo esterno. Tra l’altro, nell’ambito del progetto complessivo,
è stata formata anche una squadra degli agenti della Polizia penitenziaria
(Frecce Azzurre Opera) che ha partecipato allo stesso campionato della
squadra dei detenuti. Tutto questo progetto è stato utilmente diffuso e
“costruito” nell’immaginario attraverso un forte interesse sviluppato dai
media. Ma, l’elemento sicuramente vincente di tutto il progetto è stato
usare il calcio come strumento di rigore educativo, volto alla promozione
personale attraverso la competizione con gli avversari. Tutto il faticoso
lavoro svolto ha, infatti, trovato il suo momento culminante con la
promozione alla categoria superiore: un risultato più importante di mille
parole nel cementare, nella popolazione carceraria, l’idea che attraverso
il lavoro serio e duro i risultati arrivano per tutti. Quesa è stata la
chiave di volta vincente: la rudezza dell’approccio professionistico, la
fatica degli allenamenti, la panchina, l’esclusione, tutti fattori che
hanno trasformato il detenuto in atleta e lo hanno così posto, grazie alla
partita, nel meccanismo della vita di tutti.
La positività del risultato è stata poi confermata anche dalla sostanziale
assenza di conflittualità all’interno del gruppo e dalla progressiva
eliminazione dell’assunzione di psico farmaci da parte dei detenuti
coinvolti.
Un altro elemento aggregante in senso positivo è stato dato dalla
costituzione della squadra della Polizia penitenziaria che, schivando i
rischi di tensione, si è poi concretizzata in una rivalità solo sportiva,
nella quale i detenuti hanno saputo vincere le partite sul campo e quindi
anche nella loro vita da reclusi.
Il successo sportivo ha determinato la collaborazione di tutti, dai capi
della gerarchia criminale carceraria, al direttore del carcere. La
filosofia del nostro intervento si orientava ad uno “start up”, effettuato
il quale il progetto doveva potersi sviluppare autonomamente. E per questo
che , dopo il primo anno, abbiamo trasferito tutte le cariche e la
gestione alla struttura carceraria, facendo attenzione che il progetto
mantenesse la sua impostazione originaria e venisse, il più possibile,
gestito dai detenuti stessi.
L’altra iniziativa sociale promossa dal Brera FC è stata l’organizzazione,
dal 2000 al 2003, del torneo calcistico “Milano Mondo” che, al Velodromo
Vigorelli, riuniva in squadre nazionali i gruppi di 24 diverse nazionalità
di immigrati extracomunitari presenti a Milano. Una organizzazione di tipo
olimpico, con bandiere ed inni nazionali, pubblico e competitività accesa.
Ruotavano intorno al Vigorelli, per assistere alle 12 partite dalla
mattina alla sera della domenica, circa 6.000 persone che, integrandosi
fra di loro e nel quartiere senza traccia di tensioni o conflitti, davano
vita ad un partecipato e pacifico evento che vedeva protagonisti gli
immigrati extracomunitari. Tutto questo in anni difficili per Milano, dove
bastavano cinquanta peruviani nel parco per creare allarme sociale e
richiedere l’intervento della forza dell’ordine. Si è dimostrato che,
portando gli immigrati fuori dagli abituali luoghi di ritrovo (parchi,
piazze, stazioni) e sperimentandoli su una base di protagonismo sociale,
si eliminavano alcune tensioni senza crearne di nuove e senza il bisogno
di controllo di Polizia (l’evento era gestito con la presenza discreta di
pochi agenti in borghese). Su tutta questa manifestazione si è poi venuta
a sviluppare molta e buona comunicazione, con TV e giornali sempre
presenti. Tutto questo, oltre a responsabilizzare i partecipanti, ha fatto
si che fosse per noi agevole, dopo quattro anni di gestione, spingere le
comunità a gestire in proprio questo evento (cosa che accade dal 2004).
Tutto questo dimostra che il calcio può dare importanti risultati anche al
di là della partita domenicale. Certo, le iniziative che ho raccontato
sono quelle che possono essere realizzate da un piccolo (ma ben
organizzato) club dilettantistico. Ben diverso, naturalmente, sarebbe
l’impatto se l’intero sistema del grande calcio prevedesse, all’interno
dei suoi meccanismi organizzativi, la presenza di obiettivi di intervento
sociale e di presenza sul territorio. Ma per fare questo, non serve il
buon cuore o la solidarietà dei presidenti del club: serve un nuovo
modello organizzativo per il calcio. L’Italia, qualche hanno fa, ha scelto
un modello di tipo anglosassone e abbiamo importato dagli USA un modello
senza capirlo, volendolo integrare in un contesto a cui quel modello è
profondamente estraneo. Infatti, come modello di business, esso si sta
rivelando fallimentare come dimostrano i disastrati bilanci dei club
professionistici in Italia. Il funzionamento di questo modello sarebbe
possibile solo se esistesse una cultura di mercato applicata allo sport,
ma da noi già c’è carenza generale di cultura di mercato, e nello sport ne
registriamo un’assenza totale. Siamo ancora al mecenatismo o alla cultura
dell’imbroglio: in ogni caso alla preistoria dell’economia! Tanto per
cominciare un dato numerico che fa riflettere: l’intero numero di club
professionistici dei quattro sport più diffusi negli USA (baseball,
football, basket, hockey), è minore del solo numero di club calcistici
professionisti nel nostro paese (132 dalla A alla C2). A questo dato
sconcertante, si aggiunga la constatazione che le società calcistiche non
producono altro che perdite economiche ed una sensazione di mancanza
totale di strategia per il futuro.
Il modello che dovremmo avere il coraggio di importare è quello latino, in
cui la squadre sono associazioni con decine di migliaia di soci che
votando decidono periodicamente sui programmi degli investitori che si
offrono di guidare la società. Questa grande dimensione associativa
determina un forte radicamento sul territorio, rendendola il fulcro di
mille altre attività. Per questo i club latini sono anzitutto delle
polisportive, con sezioni di basket, pallavolo ed altri sport che
raggiungono anche la preminenza nei loro settori, ma restano al traino
della prevalente sezione calcistica. C’è poi la presenza fortissima dello
stadio, centro dell’attività della squadra, ma anche della vita sociale
che ruota intorno alla squadra, e quindi non grigia struttura di cemento,
sempre chiusa quando non si gioca, ma centro di ritrovo, struttura viva e
sempre attiva nella vita cittadina. Gli ex atleti restano integrati nella
vita del club (il primo atto ufficiale del presidente del Real Madrid,
Florentino Perez, fu assumere Alfredo Di Stefano) e restano personaggi
pubblici locali ben oltre la fine della loro attività sportiva,
contribuendo così ad integrare i loro club nelle diverse attività che sul
territorio possono essere realizzate, mentre da noi gli ex giocatori delle
squadre maggiori vivono solo nel circuito mediatico legato al calcio. Le
esperienze più note di questo tipo sono quelle sudamericane (ma anche
spagnole) e argentine in particolare, con il Boca Juniors ed il River
Plate che contano più di 100.000 soci. Certo, tutto questo non è estraneo
al business, come mostra il caso del Real Madrid dove l’ultimo presidente
ha conquistato il consenso dei soci in base ad un programma di grandeur
che contemplava l’acquisto di stelle del calcio internazionale, ma anche
di una grande operazione immobiliare fatta vendendo l’area del centro
sportivo in città e spostandolo fuori Madrid.
La potenzialità offerta dal poter costruire, in un campo neutro rispetto
alla politica partitica, un consenso sociale spendibile direttamente in
termini politici, non è stata ancora colta né dalla nostra politica (che
continua a concentrarsi sui media dimenticando le reti sul territorio), né
dalle nostre squadre di calcio (che continuano a creare un giro mostruoso
di denaro a vantaggio solo di un limitato numero di persone e gruppi).
Varrebbe invece la pena, proprio in sede di riflessione politica e
sociale, cercare di approfondire e sfruttare il grande valore identitario
e sociale che il calcio racchiude e di cui si può fare portatore.
Il rapporto fra enti di promozione sportiva e politica rappresenta ancora
un filone che deve rinascere della politica locale, per la diretta
connessione con il territorio che gli enti di promozione rappresentano.
Analogamente la politica può e deve essere rimessa in contatto con il
mondo delle società dilettantistiche, per sviluppare tutte le occasioni di
cooperazione che la politica può offrire allo sviluppo dello sport. Non si
tratta solo di consentire la circolazione delle auto degli sportivi nelle
giornate di blocco del traffico, ma di creare condizioni perchè lo sport
possa realizzare la funzione sociale che tutti gli riconosciamo.
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Per informazioni:
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