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La Fabbrichetta

laboratorio politico aperto

lafabbrichetta

“DIAMO UN NOME A MILANO”

September 30, 2015 By admin

Incontro a La Fabbrichetta via Pepe 38 (MM Garibaldi) – Giovedi 26 maggio 2005 alle ore 18.00
con STEFANO BOERI, docente del Politecnico di Milano.

Avvicinandosi elezioni amministrative riprendono sulla stampa i dibattiti su Milano, il suo passato recente, il suo presente incerto, il suo futuro roseo o catastrofico… Si parla di verde, di traffico,di disagio abitativo,di rilancio culturale… ma di cosa davvero si sta parlando? E’ un discorso generico che vale per qualsiasi città europea? Qual’è oggi l’anima di Milano? Cos’è lo specifico di questa città? Qual è il suo nome?

A partire dalla sua connotazione urbanistica, dalla sua presenza fisica proverà a suggerire qualche risposta Stefano Boeri, docente del Politecnico.

Prosegue con questo incontro il lavoro de La Fabbrichetta volto a rinnovare “la scatola degli attrezzi” della politica milanese e a costruire pezzi di un programma di governo innovativo per la città.
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Senza la pretesa di sviluppare un intervento sistematico, si può partire da una constatazione: oggi quasi sempre chi parla di politica della città di Milano lo fa in modo generico. Ci sono spunti su temi anche importanti, come la solidarietà, la politica sociale, ma si parla di Milano come di una città astratta. Verde, competitività, qualità della vita, sono termini che potrebbero essere utilizzati per tante altre città. Guardare Milano da milanese e anche tecnicamente da architetto e da urbanista, permette di cercare di capire se è possibile costruire un’immagine di sfondo della città, che sia aderente alla sua realtà.
Milano è una città unica, interessante, ricca di cose belle e brutte, spazi, comportamenti urbani, che possiamo pensare e memorizzare.
Propongo una triplice modalità di avvicinamento a Milano che renda possibile uno sguardo sulla città, ed insieme la faccia raccontare.

1) il primo sguardo riguarda il come esiste Milano oltre i suoi confini verso nord, verso quella zona che dalla Malpensa alla linea delle sorgive vede una serie di edifici in continuo, una successione di centri commerciali, autolavaggi,ecc. che costituiscono un corpo unico attaccato a Milano. Altre città europee (soprattutto Barcellona e Londra) hanno visto espansioni analoghe: l’area urbana a nord di Milano è costituita da una serie di piccoli centri che si sono accorpati, dove storicamente si sono insediate industrie di varie dimensioni, creando una netta differenza rispetto alla zona sud, nella quale ancora oggi è presente una realtà agricola.
In questa nebulosa ci sono altre due città: la prima è data dal sistema Sempione / Valle Olona, un insieme di centri urbani saldati, legati da un sistema di viabilità importante (le autostrade dei laghi – le ferrovie nord – le ferrovie dello stato), ricchi di una presenza industriale diffusa (anche se oggi spesso in crisi, come nel tessile), e dotati di importanti servizi propri (dalla università di Castellanza alla Malpensa) e che ha in fondo tentato(attraverso Bossi e la Lega) di darsi una auto-rappresentanza politica.
La seconda città della nebulosa è costituita dal sistema Brianza, sulla carta o dall’alto una grande foglia che da Lecco arriva fino a Monza, anche in questo caso con una storia industriale importante, una volontà di auto rappresentazione rispetto alle istituzioni (resa concreta da istituti vivi e forti come l’Associazione Industriali della Brianza o nuovi come la Provincia di Monza).
Milano, come città a partire dalla sua classe politica, non ha mai voluto riconoscere questa realtà, alternando nella sua “politica estera” verso i vicini criteri di diplomazia della superbia, a criteri puramente quantitativi e demografici, comunque volti a svilire gli interlocutori. Senza mai capire che il nocciolo della questione fra le diverse entità confinanti sta nei servizi e nei rapporti di scambio legati al sistema commerciale e formativo, che insieme Milano e la nebulosa nord formano.
Il fatto che Malpensa e la nuova Fiera siano al centro di questa realtà urbana nuova darà inevitabilmente un nuovo sviluppo a questa situazione, tutto da vedere e da governare.
2) secondo sguardo su Milano, utilizzando una scala più ridotta: entrando a Milano si entra in una seconda città, quella che si sviluppa intorno al sistema delle tangenziali, che portano ogni giorno in città 850.000 macchine. Si tratta di una colossale rotatoria sulla quale sono localizzati centri commerciali ed aree ricreative aperti sette giorni la settimana, ognuna con le sue ramificazioni periferiche (Nuova e vecchia Valassina – Seregno /Meda) o secondo assi che penetrano nel centro cittadino (da sud Corso Lodi sino a piazza Missori, da nord via Novara sino a corso Vercelli), che subiscono ogni giorno l’influenza del sistema delle tangenziali;
in questa visione la periferia non è tale perché lontana dal centro, ma perché vicina a questi enormi flussi di traffico che condizionano in modo decisivo tutta la vita locale, su questioni importanti come gli spazi verdi, il traffico, la qualità dell’aria che si respira. Ragionando su questa visione della città, bisogna parlare di un principio di cittadinanza che non è solo basato sulla residenzialità, perché ci sono tutta una serie di categorie di nuovi cittadini non residenti:
city user (come dice Guido Martinotti), ragazzi che bazzicano il centro storico, uomini d’affari, frequentatori del sistema moda, studenti. Si tratta di persone che entrano in città, usano il suo sistema e lo influenzano.

3) terzo ed ultimo sguardo, riguarda la città che sta dentro i confini amministrativi, che è diventata un arcipelago, nel quale convivono molti sotto sistemi: almeno tre città legate alla moda (Montenapoleone – porta Genova – via Bergamo / Fogazzaro) e deve far riflettere il fatto che se ne voglia creare una nuova per decreto sull’area Garibaldi –Repubblica; poi una cittadella giustizia, che ha determinato uno sviluppo specifico di tutta l’area intorno al Tribunale, con interi stabili occupati da uffici di avvocati; una città dello sport è San Siro, da piazza Lotto al Meazza.
Isole a propensione funzionale che formano un caleidoscopio, un arcipelago in cui le singole isole possono essere potenti: economicamente o per la loro capacità di relazione con isole analoghe fuori dai confini cittadini. Isole che tra loro non si parlano, come già avvenuto in passato per realtà aventi i loro spazio specifici (arte – industria etc.).

Queste tre visioni prese singolarmente non ci danno il significato compiuto della città, ma se le sovrapponiamo in un gioco di carta, otteniamo una rappresentazione più completa della realtà cittadina.
Se infatti pensiamo alla Scala 2, presa a sé stante può essere una realizzazione buona o cattiva a seconda di generiche prese di posizione. Ma se la vediamo inserita nel sistema della nebulosa nord, posizionata a poche centinaia di metri dal sistema delle tangenziali lungo l’asse che da Sesto San Giovanni arriva alla Stazione Centrale nel centro, ed inserita nella nuova cittadella del sapere e del terziario che è la Bicocca, abbiamo una lettura del tutto diversa della Scala 2.

Si tratta di ripensare, o meglio di pensare per la prima volta ad una “politica estera” del comune di Milano, che non tema gli interlocutori esterni, con cui anzi dovrà necessariamente discutere alla pari per poter affrontare i problemi della città.

Ci sono altre città da difendere: prime fra tutte quella degli anziani e quella dei bambini, che hanno bisogno di recuperare gli spazi e compensare la mancanza di vuoti che si avverte a Milano. Le occasioni perdute, a partire da quelle dei 17 milioni di metri quadri di aree dimesse censiti nel 1985, ed oggi male occupati nella quasi totalità, al progetto Città della Moda che non coinvolge i cittadini al Garibaldi – Repubblica. Studiando come recuperare queste città c’ è ancora uno spazio notevole per raggiungere risultati apprezzabili.

La politica dei partiti sembra in questo senso proporsi ancora come un passaggio obbligato, senza e contro il quale sembra essere impossibile anche solo fermare un progetto suicida, come quello della riqualificazione di piazza Schiavone alla Bovisa. Ma è anche vero che proprio il percorso della Fabbrichetta è partito dalla considerazione che i partiti devono esistere e fare il loro mestiere, a noi di prospettare vie nuove e di fare sentire a quel sistema la nostra voce e le nostre proposte.

Certo le esperienze di tutti convergono nel segnalare che l’amministrazione così come esiste non ascolta i cittadini, favorita anche da un sistema che premia in modo esagerato la maggioranza, lasciando l’opposizione completamente sprovvista di risorse. Così mentre la giunta commissiona studi miliardari, l’opposizione fa fatica a collezionare i dati necessari a capire la realtà.

La classe politica espressa in città negli ultimi 15 anni non si cura per niente di sfruttare le potenzialità di elaborazione fornite dall’università e dagli altri centri di produzione delle proposte, la classe politica non sa farsi committente che di progetti mirati, spesso orientati a fare cassa. La capacità di ascolto è quindi quella di un ceto politico che non può recepire sistemi più complessi di quelli che deve poi governare.

Tutto questo lascia una città che in termine di stile di vita è nella retroguardia in Europa, nella quale tutti si adeguano cercando una strada negli eccessi normativi esistenti. Il sistema finisce per orientarsi da solo, e appena si trova una breccia ci si infila per determinare il cambiamento. Non è più possibile rifarsi a cose come il “Piano del commercio”, ma si deve trovare il modo di liberare le iniziative che lascino emergere le specificità dei soggetti. Ad esempio se l’imprenditore edile fosse davvero tale e non anzi tutto uno speculatore immobiliare, potremmo liberare quei modelli di impresa che non misurano le loro realizzazioni in metri cubi, ma in qualità complessiva dell’opera realizzata.

In questo senso 500.000 mq di mansarde autorizzate negli ultimi cinque anni, significano 15.000 abitanti in più a Milano, ma chi fa il conto dei 500.000 abitanti che nel frattempo ha perso Milano? Chi, essendo impossibile governare, questo che è stato un vero proprio fenomeno di emigrazione per Milano, ha cercato di verificare che fine hanno fatto i vani abitativi nei quali risiedevano?
Le ultime proposte da parte dell’amministrazione comunale risalgono alla giunta Formentini, quando l’assessore Serri, al verificarsi di alcuni parametri verificabili, ipotizzava un premio di qualità in termini di volumetrie supplementari. Gli immobiliaristi si allinearono nel boicottare quelle proposte, salvo contendersi gli effetti a colpi di mazzette.

Una delle decisioni cui un’analisi del sistema città dovrà portare sarà quella dell’eventuale pedaggio per la circolazione in città, che è possibile, ma che passa per una serie di criteri (quali sono i confini) e di conflitti (con i centri maggiori dell’hinterland) che vanno preventivamente studiati ed avviati a soluzione prima di emanare la normativa.

Di certo il Comune di Milano deve recuperare quella che è stata una delle sue caratteristiche storiche per tutto il novecento e gran parte dell’ottocento, ovvero di essere dalla parte dei cittadini. Questo rapporto perso, che si coglie ben nel passaggio dal “ghisa” alla “polizia municipale”, può e deve essere rivisto e cementato con fatti concreti di collaborazione.

La tendenza alla nostalgia non deve comunque essere un fatto negativo, come riferimento ad un modello di città ormai sorpassato, ma essere di guida in un percorso della memoria, che consenta ai singoli cittadini di recuperare le motivazioni delle trasformazioni che subiscono, e sulle quali possono essere chiamati anche a decidere.

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“Energia, telecomunicazioni, informatica: accesso di cittadinanza, rete civica, riuso delle reti…”

September 30, 2015 By admin

In apertura Pier Vito Antoniazzi presentando il relatore ricorda un episodio esemplare. Nell’estate dell’84,Antoniazzi stesso e l’attuale senatore Cortiana a casa di Zampariolo,valutarono la “necessità/opportunità” (in un quadro allora bloccato,il muro non era ancora caduto…) di dare vita a Milano per le amministrative dell’85 alla novità dei Verdi. La piattaforma che si elaborò (per il solo fatto di pensare in modo innovativo e globale alla città!), il riuso delle aree dimesse ed il 50% a verde, la città da cablare, la limitazione del traffico,ecc. ha determinato le scelte degli ultimi venti anni…
“Eravamo tre amici al bar…” inizia Hermann, che intendevano far politica per incidere,”per vincere”. E se oggi Milano è la città più cablata d’Italia e se l’AEM ha tratto 600 miliardi di vecchie lire di plusvalenza da questo (più altri 250 quando ha rivenduto le sue quote a Fastweb) è anche perché uno come me espresso dai Verdi nel Cda dell’AEM ha insistito ogni riunione sui “tritubi” quelle condotte che oggi portano ovunque in città la banda larga.
Questione che la sinistra guarda sempre un po’ con sospetto: tutto questo costruttivismo non sarà roba da ingegneri,da capitalisti,di destra? Come figlio di profughi,figli di profughi, o crescevo zingaro o internazionalista. E così è stato. Se una tecnologia funziona qui,può funzionare anche nel 3° mondo…
Non possiamo dare al Sud del mondo le tv in bianco e nero..
Lenin interrogato su come si potesse riassumere il primo stadio del socialismo in Russia disse la celebre frase: “Elettrificazione più i Soviet”. Bisognerà rivederla,ma c’è oggi qualcuno in grado di fare una nuova sintesi così?
Negli ultimi 10 anni si è assistito in Italia ad un mito ed una realtà di privatizzazioni sfrenate. Dallo Stato che produceva anche panettoni o auto,si è passati di peso a “niente Stato”. Lo Stato può fare di più. L’elettricità pubblica fu una grande riforma (insieme a poche altre) del primo storico centro-sinistra (e Riccardo Lombardi che era ingegnere la citava per prima..). Oggi nell’ubriacatura di privatizzare si perdono di vista alcune coordinate. Qual è il paese della “peggio energia” (blackout,costi elevati,ecc.) ? La “privata” California. Qual è il paese della “meglio energia” (meno costosa,più diffusa,ecc.)? La interamente pubblica Francia.
Oggi l’ENEL controlla ancora quasi tutto. Ma fra poco “molla”.
Nel frattempo non si sono fatti più “piani energetici”. Si è abbandonato il nucleare e ne sono contento (nessuno ha fatto altre centrali nel mondo occidentale), ma non si sono cercate alternative più compatibili. Il gas va indietro,il carbone pulito è stato abbandonato. Il nostro eolico è 1/6 di quello tedesco. Il solare italiano è 1/4 della piccola e non particolarmente assolata Austria. Ma quello che è il massimo è che 2/3 del solare italiano è in Trentino-Alto Adige. Non si è andati avanti con il teleriscaldamento (solo Brescia e Cremona hanno fatto). Nessuno mi toglie dalla mente che quando “mani pulite” si rivolse all’AEM di Milano,chi soffiava dietro erano i petrolieri che non volevano la metanizzazione.
Comunque si può cogliere da questa situazione almeno un dato da sfruttare in positivo. La liberalizzazione del mercato dell’energia e delle telecomunicazioni può sviluppare autonomie periferiche più attente alle esigenze del territorio, più qualificate.
Come è noto il problema dell’energia elettrica è che non può essere accumulata “a riserva”. Dunque si finisce per fare impianti grandi per avere il massimo della potenza anche se serve solo in certi momenti. L’elettricità ha un costo diverso a seconda dell’ora e della stagione. Ma allora perché non intervenire sulla domanda?
Esempio: se un frigorifero si interfacciasse con l’offerta di energia così da decidere di consumare di meno quando questa costa di più ? Con strumenti informatici di feed-back sarebbe fattibile abbastanza semplicemente.
E dove farlo se non a Milano, la città più cablata,con la terza azienda elettrica del paese, con il più alto tasso di inquinamento?
Guadagnerebbe l’AEM, guadagnerebbero i consumatori,guadagnerebbe l’ambiente !
Bologna ha utilizzato le fogne per far passare il “tritubo”… E qui il Consorzio Acqua Potabile non potrebbe migliorare le sue condotte ed intanto far accedere alla banda larga l’hinterland milanese? Ci sono a Milano 5500 cabine elettriche: che farne?
Potrebbero essere snodi per una illuminazione intelligente (che oggi non c’è).
Potrebbero essere punti di accesso gratuito alle telecomunicazioni, “fontanelle” che invece di dare l’acqua a tutti come ha fatto il socialismo municipale dell’inizio secolo XX, diano a tutti il diritto d’accesso alla rete. “Le fontanelle informatiche” dovrebbero consentire “l’accesso di cittadinanza” all’informazione e comunicazione.
Oggi per un’antenna sul tetto si paga anche 25.000 euro di canone.
E se mettessimo la nuova generazione di antenne (grandi come una penna stilografica) sui lampioni ? Eviteremmo parecchio inquinamento elettromagnetico ed anche estetico. Acqua-gas-elettricità-cabine: occorre un uso coordinato delle reti.
Poiche oggi è possibile interloquire intelligentemente con tutte le macchine oltre che con le persone. Da esami medici come elettrocardiogramma o prova della pressione,al frigorifero o la lavatrice o la caldaia, dai sensori ambientali agli interruttori.
Poiché è “il vagone più lento che fa la velocità” attenzione a non lasciare indietro troppi vagoni…
Esempio: come è noto la principale azienda italiana di informatica aveva sede ad Ivrea; bene,il canavese (la zona circostante) non è cablato!! Per finire uno sguardo al mondo.. Altro esempio: in Indonesia ci sono 35 milioni di persone che hanno chiesto di avere un telefono. Per darglielo bisognerebbe investire 35 miliardi di dollari: dubito che qualcuno glieli impresterà. Se però abbinano l’investimento per portare l’elettricità a quello per il telefono (con una rete unica) forse troveranno i finanziamenti.
Ricordiamoci sempre che ci sono al mondo 3 miliardi di persone che non hanno mai fatto una telefonata (a proposito di diritti di cittadinanza).
Infine un progetto utopistico: mettere in rete Gerusalemme est (araba) con tecnologia israeliana. Un passo per la pace?

Segue discussione dalla quale emergono alcune osservazioni e proposte.
In particolare:
-una critica dello “sviluppismo” come mito di un progresso senza limiti;
-l’ipotesi che i condomini (come nuovo soggetto collettivo) diventino gruppo di acquisto/consumatore collettivo di energia e telecomunicazioni capaci di condizionare in senso più intelligente ed ecocompatibile l’offerta liberalizzata che dal 2006 dovrebbe essere una realtà;
-la rinnovata attualità di quell’esperienza di incontro tra cultura tecnica,spirito umanitario e passione civile e politica che fu il socialismo municipale milanese (per esempio nella figura del sindaco Caldara 1914-1920) che fece nascere tra l’altro istituzioni come l’AEM, le scuole comunali di formazione, strutture sanitarie ed igeniche,ecc.

**Hermann Zampariolo ,già fondatore dei Verdi milanesi e di Legambiente, già consigliere d’amministrazione AEM , già dirigente a Parigi di IBM Europe e società di Vivendi, oggi Presidente di iLight, un Consorzio di telecomunicazioni italo-israeliano.

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Antonio Monzeglio ARCI Ragazzi

September 30, 2015 By admin

Dal 1999 il 20 novembre è la giornata scelta dall’ONU quale “giornata dei bambini e dei ragazzi” sino a 18 anni, con un preciso riferimento ad una convenzione internazionale che è stata ratificata ad oggi da 184 nazioni (fra le eccezioni USA e Somalia).

A proposito di testi di legge, in Italia la legge 216 ha delimitato l’ambito della sicurezza dei bambini, sino alla legge 295 del 1997, legge Turco, che nasce anche dalla sollecitazione di Carlo Paglierini dell’ARCI Ragazzi, e sotto il titolo “Promozione dei diritti e delle opportunità”, stabilisce soprattutto una nuova metodologia, secondo la quale alle cautele protettive proprie della normativa sui minori, aggiunge anche funzioni attive di:
– protezione
– promozione della competenza
– partecipazione

In questo quadro diverse associazioni che si occupano di ragazzi hanno provato a guardare con gli occhi dei bambini la nostra città.
La prospettiva dei bambini, ad esempio sul traffico, è molto diversa da quella degli adulti, anzitutto per ovvi motivi di statura, per cui per loro le automobili sono effettivamente degli ostacoli incombenti. Va anche considerato che i bambini hanno una forma tutta particolare di trasversalità, ad esempio nell’essere mediatori culturali per le loro famiglie. Ci sono messaggi diretti ai genitori che vengono più agevolmente veicolati e con più efficacia, se fatti passare attraverso la mediazione dei ragazzi. E questo avviene in modo straordinario verso i genitori extra comunitari i cui ragazzi frequentano le scuole milanesi (35% del totale degli alunni) fornendo un veicolo privilegiato per la mediazione culturale verso le loro famiglie, nell’assenza di politiche integrative istituzionali.
Nell’ambito del rapporto fra bambini e traffico i progetti minimi risultano enormemente ambiziosi: basti pensare ai percorsi casa-scuola, un piccolo progetto che incontra ostacoli apparentemente insormontabili da parte delle autorità scolastiche e municipali. Tutto questo in una città che ogni giorno perde un pezzo dell’identità culturale più facile per i bambini: pensiamo al Lido che diventa “Infostrada Village”
A fronte di questa situazione le istituzioni sono ferme, ancorate ad una duplice mancanza di attivismo:
– i funzionari colpevoli ma non responsabili
– la politica responsabile ma non colpevole
e questo si traduce solo a Milano in 14 milioni di euro fermi in assenza di capacità progettuale e di spesa.

Con tutto il rispetto per gli anziani, attraverso una politica dei ragazzi si può costruire un modo di fare politica nuovo, che costruisca la città futura.

Proprio nell’ambito dell’imminente giornata dei bambini, il Comune di Milano fornirà uno spazio per un “question time” su traffico, piste ciclabili ed altro, all’insegna del motto “la serietà lasciamola ai bambini”.

Nella nuova amministrazione Provinciale di Milano la delega conservata in argomento dal Presidente Penati è un segnale di attenzione ed importanza, anche se in altre città importanti (Roma – Torino) ci sono dipartimenti specifici da tempo in funzione. Così come in Francia la legge ha da tempo istituito i consigli comunali dei ragazzi. Non si tratta di indurre i ragazzi a scimmiottare gli adulti ed i loro riti, ma di esperienze qualificanti che educhino alla democrazia partecipativa le giovani generazioni. A Milano dopo lo svolgimento di alcuni focus group, ci sarà una kermesse alla scuola del circo (Bastioni di Porta Volta).

In definitiva, così come avviene in questi giorni, la politica cerca di mettere il proprio cappello su iniziative che le sfuggono completamente. Si avverte in tutta la sua valenza lo slogan “una città che non c’è”, perché in assenza di riferimenti tradizionali (scuola – famiglia) niente e nessuno si fa avanti. Il tutto a fronte di un’offerta consumistica allettante anche quando respinge, come nel caso degli spettacoli televisivi con “bollino rosso”. Il consumismo è spesso l’unica offerta su piazza, con lo shopping in centro o nei centri commerciali delle periferie satellite. Così nelle proposte che ricevono i ragazzi non trovano indicazioni sulle buone pratiche possibili nella vita cittadina.

Le buone pratiche esistono e meritano di essere studiate e valorizzate. Esiste l’esempio di “mini Munchen”, un programma educativo che riproduce nei mesi estivi la vita cittadina , con le istituzioni formato baby ed un sindaco ragazzo; l’intero programma costa 180.000 € all’amministrazione comunale di Monaco di Baviera.
Questo tipo di iniziative sono già state replicate in molti piccoli centri, anche in Italia in Emilia Romagna, laddove la maggiore facilità di contatto fra amministratori e cittadini facilita la partecipazione.
La prospettiva è quella di creare una cultura che si basi sui ragazzi, per smuovere le scuole e le istituzioni. E’ il caso dei progetti di accompagnamento casa-scuola dei bambini in area metropolitana: a Milano esiste il caso della scuola Bottega – San Mamete, dove è stato creato un sistema di accompagnamento basato sul tutoraggio.

Purtroppo le attività relative ai bambini sono completamente ferme da parte delle nostre amministrazioni locali, tanto che anche l’istituzione del Difensore Civico Regionale dei bambini, è rimasto un annuncio cui non è stato dato un seguito.

A proposito della prospettiva dei bambini, se si fa con una telecamera una ripresa all’altezza di 70 cm, il risultato è triste: la fascia peggiore delle edicole, macchine che consistono di paraurti e tubi di scappamento, ma soprattutto tutto lo sporco della città che è molto più vicino ai bambini che agli adulti.

Questo brutto mondo cittadino è percepito dai bambini come normale, benché loro siano naturalmente portati al bello della campagna, della montagna, del mare. Però i bambini percepiscono una situazione di disagio verso questo loro mondo, ma senza avere gli strumenti per dissiparlo.

Un elemento che si può recuperare dalle esperienze del passato è quello della sanità, che in passato vedeva la scuola in prima fila nel campo della prevenzione, mentre oggi la redistribuzione delle competenze alla regione, via ASL e ospedali, ha scombinato le cose senza dare nuovi servizi. L’esempio macroscopico è quello dell’intervento psicologico, che è considerato argomento di medicina specialistica ed in quanto tale riservato agli ospedali, che sono del tutto assenti dal mondo della scuola. Il Comune deve tornare ad essere reale coordinatore delle politiche di prevenzione, perché il rapporto costo-risultato delle campagne di prevenzione veicolate dalla scuola è incomparabile con qualunque altro canale.
Il sostegno alla genitorialità è poi un campo di intervento molto ampio: non esistendo una scuola per diventare genitori, c’è un forte bisogno di supporto, cui mancano risposte istituzionali. La Regione Lombardia ha fatto una legge in favore della associazioni di genitori, che arriva anche a dare finanziamenti, ma non si tratta di interventi innovativi.

Tramite i bambini si può strumentalmente far risaltare alcuni problemi, in moda tale da farli emergere davanti agli occhi dei genitori: fare cento di metri di strada per i bambini, con aree di accesso alla scuola con sosta riservata negli orari di entrata ed uscita, coordinate da “mobility manager” all’interno delle scuole. Ecco una serie di servizi diretti ai bambini, ma che di fatto indicano ai grandi qualcosa che li riguarda direttamente: che una città senza auto è possibile. Si tratta di passare un tratto di evidenziatore sulla realtà.

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“MILANO e IL RUMORE”

September 30, 2015 By admin

Folco de Polzer – Libero Professionista – Tecnico Competente in Acustica Ambientale
 
Interventi di:
Piervito Antoniazzi
Caterinella Napoli
Luca Beltrami Gadola
Francesco Florulli

Alcuni spunti generali in materia di rumore a Milano, in quella Milano che è un caso limite della situazione “rumore”, perché se in altre città c’è un concreto rischio di blocco, a Milano la situazione è addirittura critica a cominciare dal rumore da traffico. Di fronte alla soluzione ideale, che sarebbe quella di spegnere il motore, ogni azione si arena, principalmente perché si è formata una cultura dell’utilizzo del mezzo privato che è dominante, e che finisce però per entrare in contraddizione con i fatti concreti.
Non ci sono troppe alternative su questo fronte: o si impedisce di fatto il traffico, oppure si trovano i modi di contrastare questa cultura dominante. La nostra situazione è esemplificata da un detto milanese degli anni cinquanta diceva che per una giovane sedotta e abbandonata era comunque meglio aver pianto su una spider che in tram. Altrettanto dovrebbe essere per il rumore.
Si dovrebbe forse mettere al centro del problema non il fattore negativo, l’automobile ma il fattore tendenzialmente positivo, ovvero il cittadino – elettore. Mettere quindi al primo posto il pedone, soggetto più fragile ed esposto, e re orientare il sistema semaforico che ha un equilibrio oggi orientato solo al flusso del traffico privato, ignorando spesso anche i mezzi pubblici, come è dimostrato dal mancato utilizzo del sistema di prenotazione semaforico installato per le tranvie. A seguire viene il ciclista, che deve essere portato a scendere in permanenza dal marciapiede, anche per evitare una guerra di poveri con i pedoni.

Altra importante sorgente di inquinamento acustico è data dai rumori cosiddetti civili, del tipo del rumore dei condizionatori d’aria.
Teoricamente la normativa italiana sur rumore è la più strutturata d’Europa, soprattutto a livello aziendale, laddove ogni tipo di attività economica in assoluto ha una regolamentazione specifica in relazione all’inquinamento acustico.
Restando comunque il traffico la principale sorgente di rumore, e tornando a Milano, si deve dire che il Comune di Milano è completamente inadempiente, non avendo ancora provveduto alla redazione del né del Piano di verifica né del Piano di risanamento, che avrebbe dovuto essere completato al più tardi entro quest’anno.
Il risanamento, che nasce soprattutto da interventi sulle strade, per una città come Milano è un impegno gigantesco se solo si pensi che il Comune di Milano ha una rete di 2.000 kms di strade, mentre la provincia di Milano nel suo insieme, senza capoluogo, ne ha solo 1.000.
In base alla normativa vigente si sarebbero dovuti seguire dei percorsi pre fissati, mentre a Milano tutto è stato affidato all’Agenzia per la mobilità, dotata di un budget di 4 milioni di euro, che dopo aver studiato un piano di zonizzazione acustica, lo ha messo in un cassetto, non senza avere aggiudicato una gara in merito del valore di 100 milioni. Troppo poco se si considera che una città come Verona, non solo più piccola, ma meno articolata di Milano, ne ha spesi quattro volte tanti, il che indica che c’è qualcosa che non va. Sembra soprattutto che manchi la volontà di applicare realmente gli strumenti esistenti.
Altrettanto difficile sembra ottenere il consenso sulle operazioni di risanamento, perché questo implica la modificazione di abitudini consolidate per fasce consistenti di cittadini. Quindi il consenso sulle operazioni di risanamento ha dei costi importanti, perché può scatenare una vera e propria rivolta di gruppi di cittadini colpiti dai provvedimenti nelle loro abitudini. O anche perché costa il tempo che è necessario per mettere in moto le opere necessarie avendo acquisito il consenso con una lunga opera di informazione e convincimento. Considerando che ogni spazio guadagnato presso una categoria, risulta in definitiva uno spazio tolto ad un’altra categoria di cittadini.
In definitiva, uscendo dall’ambito tecnico, qualunque proposta in questo ambito rischia di trasformarsi in un boomerang elettorale, perché è proprio toccando piccoli ma diffusi interessi che si metto a rischio fasce importanti di elettorato.
Il concetto tecnico e realistico di intervento concreto deve agire sugli orari di produzione dei rumori che siano in qualche modo governabili dall’amministrazione comunale, facilitando nei limiti del possibile l’inversione notte / giorno, per salvaguardare la funzione della notte come momento essenziale del riposo, nel quale il rumore risulta particolarmente malsano, oltre che fastidioso. Infatti dal punto di vista fisiologico la diminuzione della capacità di riposo ha un effetto negativo, e si deve cercare di non avere delle città che vivano h24, ma città in cui possano convivere civilmente anche dal punto di vita del rumore persone che vivono prevalentemente di giorno e persone che vivono prevalentemente di notte.
Ed insieme fare del tutto per realizzare misure concrete di riduzione del traffico automobilistico, ad esempio con la realizzazione delle isole ambientali di attraversamento e non di destinazione.

La normativa in materia si basa su di una legge quadro che risale al 1995 con una serie di deleghe al governo, che nelle sue successive formazioni degli ultimi dieci anni ha legiferato praticamente su tutte le materie oggetto di delega.
L’idea di fondo della normativa è che dal rumore discende una vera e propria patologia da rumore ambientale che sono causa di gravi disagi e forti costi sociali. Si deve considerare che tecnicamente le basse frequenze del rumore, il cosiddetto rumore di fondo, ha un ruolo importante nella formazione di stati ansiosi, che è incomparabile rispetto al rumore acuto ma limitato nel tempo.
Questo dipende dalla nostra memoria genetica, perché come il cane si appallottola perché ha nel suo DNA il senso di schiacciare l’erba, così per l’uomo il rumore è un pericolo cui si deve reagire. Il rumore in bassa frequenza finisce quindi per l’essere un pericolo costante, rispetto al quale non è possibile ottenere in alcun modo un effetto di copertura, né una funzione di tranquillante, come quando ci si trova in una casa posta su di un torrente, rumoroso ma non ansiogeno.
Dal punto di vista operativo agli enti locali oltre alla normativa di applicazione, spetta il controllo, con una collaborazione fra i vari livelli: ad esempio se un cittadino segnala un rumore molesto proveniente da un’azienda, lo segnala al Comune (vigilanza urbana) che trasmette la segnalazione all’Agenzia Regionale per l’Ambiente (ARPA). Questa fa una selezione delle segnalazioni, perché non può intervenire su tutto contemporaneamente, e quindi fa le ispezioni. Se ARPA riscontra una violazione della normativa, la segnala al Comune ed alla Procura della Repubblica, in quanto ci sono profili di rilevanza penale, ancorché sanabili con oblazione in via amministrativa.
Il Comune nel piano di zonizzazione decide i livelli sulla base di 6 classi stabilite a livello nazionale. Dal punto di vista urbanistico ogni intervento deve avere ad oggetto un’area il più vasta possibile, con una valutazione delle attività in essa prevalenti, non essendo possibile procedere per parcelle catastali.
Gli interventi sulle sorgenti di rumore possono essere vari: se prendiamo l’auto, la normativa ha di fatto progressivamente reso accettabile le emissioni, ma sono i comportamenti scorretti dei cittadini a causare problemi. Velocità e comportamenti sono i fattori essenziali: a Milano l’esempio del Ponte della Ghisolfa, con la limitazione della velocità diurna e l’eliminazione totale del traffico notturno, è un esempio evidente di questa realtà.

Il problema di fondo sta, come già accennato nella volontà reale di intervenire, e di intervenire con una visione complessiva dei problemi, che comprenda l’intero ciclo della vita urbana. Il mezzo potrebbe forse essere quello di convincere tutti (cittadini e amministratori) che un sistema ottimizzato di controllo del rumore fa costare meno la città.

Francesco Florulli Il problema delle misurazioni e degli investimenti necessari per renderle non solo operative ma anche credibili, è anche un problema di investimenti. Infatti se il costo di una centrale di rilevamento dell’inquinamento acustico (fonometro) è in sé non impossibile 18 – 20.000 € di costo fisso e non ripetibile, il costo variabile delle elaborazioni necessarie è al minimo intorno ai 2.500 € settimanali, ma può aumentare in misura significativa, perché per avere dei risultati scientificamente attendibili la stazione deve funzionare il più a lungo possibile.

Esistono alcune forme di rumore “ricorrenti” sulle quali si dovrebbe poter intervenire con sistemi di razionalizzazione delle attività che producono quegli specifici rumori: è il caso dei trituratori di vetro dell’AMSA, per i quali un diverso orario di lavoro potrebbe risolvere il problema in modo semplice e non troppo costoso, una volta adeguato i contratti di lavoro del personale dell’AMSA.

Esistono possibilità di incentivare l’eliminazione di fonti di inquinamento acustico, finanziando sistemi innovativi. E’ il caso dei condizionatori d’aria privati, che sono rumorosi, e spesso trasferiscono il disagio del caldo eliminato da un cittadino, su di un altro cittadino che acquisisce (involontariamente) il disagio del rumore prodotto. Se il Comune finanziasse la realizzazione di scambiatori di calore centralizzati nei condomini, che raccolgano l’acqua direttamente dalla falda , dopo il costo non elevato di scavo del pozzo, ci sarebbero importanti risparmi energetici, riduzione dell’inquinamento acustico che verrebbe concentrato in un’area ben difendibile delle parti comuni, e sinergie anche in materia di utilizzo dell’acqua.

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“DEMOCRAZIA CONDOMINIALE”

September 30, 2015 By admin

 ASSOCOND è un’associazione costituita nel 1987 da un gruppo di persone provenienti dall’esperienza del Sindacato Inquilini, decise a continuare la loro attività nel mutato scenario del “problema casa”. Infatti fino alla fine degli anni ottanta il centro del problema era il rapporto fra inquilino e proprietario, l’applicazione generalizzata della legge sull’equo canone (risalente al 1978) ha portato a:
– i vincoli posti al valore dei canoni ed alla durata dei contratti
– dismissione del patrimonio immobiliare mediante vendite frazionate da parte delle grandi imprese (enti pubblici – banche – assicurazioni)
– aumento del numero delle unità immobiliari lasciate sfitte dai piccoli proprietari, pur di non incorrere nelle rigidità della normativa dell’equo canone

Il fenomeno del “condominio”, tipico delle aree metropolitane, nasce dalla massa di vendite dovute a questa situazione, ed è diventato una peculiarità italiana, considerando che 80% degli italiani è proprietario della casa in cui abita (valore più alto in Europa).

La dimensione economica del fenomeno appare in tutta la sua importanza se si considera che i 10 milioni di appartamenti in condominio (dati ISTAT 2003), generano un giro d’affari di sole spese condominiali calcolabile in circa 25 miliardi di euro, ovvero l’equivalente di una manovra finanziaria annuale.

La situazione creata dalla legge sull’equo canone aveva anche cambiato la tipologia sociale del piccolo proprietario/condomino, sino a diventare un fenomeno di consumo, tale da orientare anche la decisione di ASSOCOND di operare non come associazione di piccoli proprietari, ma come associazione di consumatori. La situazione attuale infatti, oltre a vedere la diffusione della proprietà a soggetti sociali di tutti i tipi, con l’emergere dei problemi condensati nell’espressione “condominio multi razziale”, conosce aree di forte sofferenza sociale. Si tratta ad esempio del fenomeno dei molti condomini che faticano a pagare le spese condominiali e finiscono col vedersi l’appartamento messo all’asta per il recupero dei debiti col condominio. O ancora il fenomeno della cessione della nuda proprietà, unica possibilità per molti di continuare ad abitare nella propria casa.

A livello normativo il legislatore si era occupato molto, a partire dagli anni cinquanta, del rapporto fra proprietario ed inquilino, e poco di condominio. La normativa generale era rimasta, ed è ancora oggi, ferma ai 23 articoli (1117 – 1139) del codice civile del 1942, e solo questo fa capire come questa normativa sia oggi del tutto inadeguata. Anche perché la situazione descritta del dopo equo canone, ha portato anche a situazioni di assoluta ingestibilità, come quelle dei mega condomini, come il caso di un condominio formato da oltre 5.000 unità al Gratosoglio.

Diretta conseguenza della normativa inadeguata e del numero di neo – proprietari è l’elevatissima litigiosità tra condomini, spesso per argomenti assolutamente futili, come l’arredamento della parte comune costituita da un piccolo pianerottolo che divide due appartamenti, ed infatti le decisioni dei giudici avvengono più che altro sulla base dei principi del “buon padre di famiglia”. Il fatto che questa micro litigiosità implichi comunque delle somme che per i singoli possono essere significative, ed il fatto che il loro numero abbia indotto il Tribunale di Milano ad istituire una sezione specializzata, sono il sintomo della gravità e dell’ampiezza del disagio sociale che sta dentro i nostri condomini.

D’altronde se si parte dal presupposto che dopo la famiglia il condominio è la principale aggregazione sociale oggi esistente, si coglie l’importanza di questo vero spaccato della nostra società. Infatti è nei problemi condominiali che si possono cogliere i malesseri endemici della nostra società cittadina: dalla drammatica mancanza di comunicazione fra persone, al degrado delle proprietà comuni mentre nel contempo ognuno cerca di abbellire il proprio “particolare”. Visto che in altre nazioni europee, prima fra tutta la Germania, avviene esattamente il contrario, siamo di fronte ad un fenomeno tutto italiano, sul quale c’è molto da lavorare.

Altra area critica è quella dell’amministrazione: per problemi di tempo e per evitare i litigi, cresce il numero di coloro che si estraniano dalla gestione della cosa comune, che è lasciata alla buona volontà dei molti pensionati attivi che sono sempre presenti nel palazzo. Questa assenza dei condomini inizia già al momento dell’acquisto della casa, quando il rogito dà per letto ed approvato dal condomino il regolamento condominiale, che quasi sempre è stato invece predisposto dal costruttore al fine di riservarsi alcuni spazi per vendite successive e di aprire la strada ad un amministratore amico. Gli amministratori hanno mano libera in presenza di proprietari assenti o distratti e di una normativa talmente lacunosa da consentire loro di tenere la gestione per un biennio senza obbligo di rendiconto, e dell’assenza di obbligo di gestione bancaria per i conti del condominio separata dai conti propri dell’amministratore. La conseguenza è stata una successione di “buchi” creati da amministratori che hanno utilizzato i fondi dei condomini per investimenti andati male, o semplicemente li hanno distratti. A questo si spera che possa mettere riparo un disegno di legge in discussione in Parlamento, sul quale c’è pressione da parte delle associazioni degli amministratori.

In definitiva una situazione che dopo una crescita disordinata ha bisogno di interventi generali sulla normativa, m anche di un ripensamento creativo, per il quale l’iniziativa della “Fabbrichetta” è benvenuta.
(a seguito degli interventi dei partecipanti ha aggiunto)

La competenza legislativa su questa materia spetterebbe allo stato, ma c’è un ampio campo di attività per le amministrazioni comunali, che potrebbero trovare nel condominio un interlocutore che filtra gli interessi dei cittadini. Del resto a Milano questo è già accaduto ad esempio con le richieste presentate da un coordinamento spontaneo di condomini relativamente alla realizzazione della linea tranviaria per Rozzano. In generale il condominio può essere interlocutore dell’amministrazione comunale per:
– trasporti
– parcheggi
– viabilità: oltre al caso di Rozzano, c’è il precedente dell’iniziativa “biciclette in condominio” di “ciclhobby”
– utilizzo spazi: c’è infatti tutto l’ampio tema dell’utilizzo degli spazi comuni inutilizzati (guardiole ed altro) a fini sociali: asili, centri informazione ed assistenza
– gestione del verde pubblico confinante o inglobato nei condomini
– sicurezza.

Per la soluzione del problema della litigiosità la proposta di una camera arbitrale potrebbe avere, oltre alla valenza di ordine generale del risparmio di spese di giustizia, il vantaggio pratico di risolvere facilmente le liti. C’erano stati contatti in questo senso con la Camera Arbitrale presso la Camera di commercio, che ha esperienze in materia di contenzioso fra clienti e lavanderie ed altro, ma la Camera di commercio può istituzionalmente intervenire solo se una delle parti è un commerciante o comunque un’azienda, e non fra privati.

Gli interventi dei partecipanti hanno portato a delineare alcune proposte concrete sulle quali, evitando di volare troppo alto ai confini con l’utopia, si potrà lavorare per poter preparare un documento organico sull’argomento
1) definizione di un regolamento tipo di condominio, che metta le basi per una gestione dei condomini attenta alle esigenze dei proprietari – cittadini con una forte connotazione istituzionale (amministrazione comunale interlocutore) e politica (trasparenza e rapporti con il mondo della cooperazione)
2) recupero delle esperienze di “condominio solidale” , con l’intento di aprire una serie di possibilità di gestione del condominio che ne consentano una gestione più realmente connessa con le esigenze dei proprietari
3) studio della possibilità di facilitare l’allargamento delle esperienze dei “gruppi di acquisto” oggi limitate alle aziende, particolarmente in campo energetico, mettendo aggregazioni di condomini in condizione di discutere con i vari monopoli del settore (Italgas – AEM – Enel)
4) studiare la possibilità che il Comune si faccia promotore di una Camera Arbitrale dei litigi fra condomini, ponendosi come regolatore di quest’area di micro conflittualità sociale, questo potrebbe passare anche per la collaborazione con l’associazione MEDI.A.RE con cui già si stanno studiando forme di collaborazione
5) definire un sistema di interazione fra condomini e consigli di zona per la gestione del verde pubblico
6) approfondire i tentativi di connessione fra esigenze di categorie come gli studenti alla ricerca di piccole unità immobiliari, e i proprietari di case spesso semi vuote

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IL VERDE A MILANO (…E ALTROVE)

September 30, 2015 By admin

Non esiste un sistema di verde a Milano. Esistono pochi spazi verdi, episodici, senza identità ne connessione. Ma se diamo uno sguardo a Monaco, Francoforte, Parigi…la storia è tutta un’altra. Ci sono percorsi che collegano, funzioni che caratterizzano e danno identità. Ci sono piste ciclabili per spostarsi da un parco all’altro, ci sono viali alberati e persino “sopraelevate verdi”…
Di questo e di altro si discuterà martedì 10 p.v. a “La Fabbrichetta”, il centro di produzione di idee innovative per il governo di Milano, che da poco ha aperto i battenti al quartiere Isola-Garibaldi.
L’incontro sarà introdotto, con ampia documentazione di immagini in diapositiva, da Mario Allodi, architetto di giardini.
Con questo incontro La Fabbrichetta prosegue il suo lavoro di costruzione di pezzi di programma per una nuova amministrazione comunale.
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L’idea di questa conferenza è nata dalla richiesta di Piervito Antoniazzi di una discussione sui temi del verde a Milano. Il taglio che è stato dato è centrato più che altro su “altrove” per stimolare una riflessione sulla situazione attuale del verde nella nostra città.
In negativo quindi si cerca di analizzare alcuni aspetti delle potenzialità
– sistema del verde
– parcheggi sotterranei
– piste ciclabili
– recupero a verde di aree dimesse
che in qualche modo riprende le “quattro P” che sono la base di una politica del verde: parchi-parcheggi-pattumiere-piste ciclabili

1) il sistema del verde
non si può parlare di un sistema organico del verde a Milano, perché le realizzazioni a verde sono dei puri riempimenti, senza un progetto verde in una logica di sistema; l’ideale cui tende chi vive in modo radicale e assoluto il senso del verde cittadino è quello di arrivare ad avere una città/casa, nella quale i parchi siano le varie camere verdi, collegate da vie alberate che siano i corridoi verdi della casa; non si tratta di una visione teorica, come dimostrano le realizzazioni di città europee di dimensione simile, ma anche maggiore a quella di Milano. La visione di alcune diapositive permette di trarre alcuni spunti dai sistemi del verde che sono stati concretamente messi letteralmente in funzione, a disposizione dei cittadini di queste città che sono Monaco di Baviera, Francoforte, Stoccarda.
Monaco di Baviera, che è una città simile a Milano per dimensione e numero di abitanti, e le due città si sono anche date in tempi vicini due parchi (il Sempione a Milano e il Englische Garden a Monaco) di tipo tradizionale. A Monaco però c’è stata una importante evoluzione nella costruzione di aree verdi, con la creazione di una lunga spina verde che collega i quartieri della periferia sud della città con l’isola pedonale sul fiume Isar. La prima caratteristica che distingue nettamente questo percorso è l’utilizzo combinato di verde erbaceo, arbusti e piante, che denota non solo un minor timore che gli arbusti possano facilitare aggressioni o altro. Ma anche una migliore difesa delle piante che non rischiano di diventare dei posa cenare o dei cestini come spesso accade nella nostra città. In realtà da ogni punto di vista si può constatare un grande rispetto per l’arredo verde e di altro tipo, con una forte attenzione alla conservazione delle cose comuni.
Tutto il percorso è supportato da piste pedonali e ciclabili ben distinte, e queste ultime sono dotate di una specifica segnaletica, con indicazioni non mutuate dalla circolazione automobilistica. Nello snodarsi del percorso si trovano anche esempi di insediamenti contigui al verde, che permettono oltre alla fruizione diretta, anche un tipo tutto particolare di controllo sociale, grazie alla presenza costante degli abitanti ed alla comunione fra spazio pubblico e spazio privato.
Francoforte, ha un anello che circonda il centro, molto simile ai nostri bastioni, che sono connessi con un asse pedonalizzato centrale. Anche qui una pista ciclabile percorre tutto lo spazio verde, con dimensioni diverse a seconda della larghezza dei diversi punti dell’area; se la pista è mono direzionale è logico che possa essere più stretta; l’importante è che la pista abbia un’identità data dal modo in cui è realizzata e non solo dalla biciclettina dipinta per terra. Nel percorso sono realizzati spazi verdi di ridotte dimensioni, vivibili in una dimensione quasi domestica, astratti dal contesto urbano circostante, e dotati di una identità propria ben definita, e resa concreta da elementi come sculture e altri arredi specifici; anche la prospettiva non è trascurata, perché dagli spazi ci sono scorci e prospettive che arrivano alla dimensione più ampia della città. Tutto questo, alternando spazi verdi e spazi attrezzati, permette possibilità multiple di fruizione da parte del cittadino, ad esempio permettendo di godere del verde anche in giornate di pioggia.
Stoccarda: una lunga spina verde porta dal centro alla zona termale (Mineral Wasser); si parte da un giardino molto razionale grazie alla ripetizione di segni precisi (cerchi e quadrati), con una precisa attenzione alla relazione fra i prospetti degli edifici e lo spazio verde; andando dal centro verso la zona termale progressivamente aumenta la natura libera: le piante infatti contrariamente all’uso italiano sono prese nella forma libera della loro potenzialità decorativa; anche in questo caso ci sono aree attrezzate che comunque si inseriscono nella libertà del verde.

2) i parcheggi sotterranei
anche su questo argomento si può avere una posizione chiara e netta, a difesa di criteri assoluti di difesa e sviluppo del verde urbano; i motivi sono principalmente due: anzitutto i parcheggi sotterranei non danno un contributo significativo alla risoluzione del problema del traffico, perché portano numeri limitati di posti auto; ben altre soluzioni sotterranee di sistema sarebbero possibili, ma di tale ampiezza che ci vorrebbe una volontà politica molto difficile da realizzare;
ma soprattutto non convincono i parcheggi sotterranei per la falsità del verde appoggiato sopra l’enorme vaso costituito dalla struttura dei garage, coibentata a isolamento di tutta l’area; la falsità non è solo nella nostra testa, ma nei fatti, perché le piante appoggiate su quelle aree sono destinate a non vivere gli ottanta anni medi delle piante cittadine, perché circa ogni venti anni la coibentazione ha bisogno di manutenzione, e quindi il verde appoggiato deve essere completamente riposizionato, con tutti i problemi ed i costi che questo comporta; la città del resto ha bisogno di un insieme di piante giovani e vecchie, per consentire un ciclo funzionale delle piante corretto e completo a vantaggio dell’aria che tutti respiriamo;
infine c’è un elemento psicologico: la percezione della falsità del verde appoggiato sul parcheggio causa primo o poi un vero e proprio crollo emozionale nei confronti del verde per il cittadino; meglio sarebbe allora una scelta di pura e dichiarata falsità, come quella fatta a Parigi nel Parc Atlantique.
3) le piste ciclabili
la necessità di incentivare l’uso della bicicletta in alternativa all’automobile, e quindi delle piste ciclabili come strumento concreto, è un principio accettato da tempo, ma manca completamente la creatività nella realizzazione delle piste; una striscia di asfalto teoricamente riservata, come sezione della strada delle automobili è un concetto un po’ triste, ed infatti perdente;
oltre a inserire le piste ciclabili in un sistema verde (come già visto), sono possibili molti interventi, come fatto in molte città d’Europa, da Vienna ad Amsterdam a Zurigo; le diapositive illustrano alcuni esempi:
– le indicazioni specifiche per il ciclista
– la segnalazione fisica e cromatica del passo carrabile che interrompe la pista
– la penalizzazione del traffico automobilistico a vantaggio di quello ciclistico
– le “strade gioco”, strade secondarie nelle quali si dà prevalenza all’uso pedonale e ricreativo, con la creazione di spazi verdi che interrompono e canalizzano il traffico delle auto

4) recupero aree dimesse: 3 esempi parigini
la politica di recupero delle aree dimesse si concretizza solo se la volontà politica di farlo si esprime chiaramente a livello quantitativo (grandi dimensioni) e qualitativo (interventi articolati e ragionati); in questo senso negli anni la città di Parigi si è distinta per alcuni recuperi di grande pregio e dimensione:

4a) la “la promenade planté” ex rilevato ferroviario dimesso tra place de la Bastille ed il Parc de Bercy: la parte superiore è stata interamente piantumata ed attrezzata in modo vario a seconda delle larghezza della sezione (pergolati – tralicci – rampicanti); il pubblico ha diverse possibilità di accesso lungo la promenade, sia con scale che con ascensori; l’architettura è stata piegata ad uso della promenade, con l’uso di piante, topiate e libere,

4b) Parc Citroen: vecchia area industriale automobilistica, molto simile al nostro Portello, recuperata con un progetto molto articolato passato per un concorso internazionale; si basa su una serie di giardini tematici legati al colore che li domina, collegati ciascuno ad una serra sempre in tinta ed ad un pratone; un grande segno diagonale a collegare il perimetro ortogonale ed a chiudere il tutto due serre:
giardino nero-ipogeo, > verso il basso, iris neri
giardino bianco – epigeo > verso l’alto, fiori bianchi
il disegno del parco è di forte rigore logico, con l’uso dell’acqua a cucire fra loro gli spazi, ed anche con una fontana a superficie libera, con possibilità di attraversamento e gioco;

4c) Parc de la Villette: altra realizzazione molto complessa, progetto di lunga realizzazione nel tempo, con un maglio ortogonale cui si sovrappongono il verde ed i percorsi fatti proprio per interrompere la linea ortogonale; oltre alla parte puramente verde è collegata ad un forte elemento culturale: Città delle scienza, Città della Musica.
Ma anche una forte attenzione all’aspetto del gioco, non con realizzazioni tristi e banali, ma ad esempio con la bicicletta “land art”, piantata nel terreno, ma accessibile per diversi modi di gioco

Tutti questi esempi nelle quattro aree analizzate, confermano ampiamente che una volta definita come centrale per la politica cittadina la realizzazione di un “sistema verde”, non ci sono limiti alle realizzazioni possibili.
Gli spunti dati da quanto fatto all’estero non devono essere solo riprodotti, ma dimostrano che se c’è un progetto complessivo le idee concrete non sono un problema.
Gli interventi dei partecipanti hanno evidenziato come questo tema sia assolutamente centrale per la nostra attività, ed anzi tutti concordano sulla opportunità di approfondire anche in altri incontri.
Nel merito gli interventi hanno avuto per oggetto la distanza della realtà milanese dalle situazioni analizzate:
– Milano ha tutto per fare esperienze di questo genere, gli spazi, le risorse, le idee, ma è mancato ripetutamente da parte di quasi tutte le giunte degli ultimi venti anni la volontà di mettere interventi seri sul verde al servizio di un progetto politico complessivo
– Dobbiamo deplorare la mancanza di educazione politica trasversale fra governanti e governati
– Nella nostra città sono state perse una serie di occasioni di recupero, ultima e più clamorosa la Fiera, ma ci sono ancora tante opportunità, dalle aree demaniali delle caserme alle aree ex FF SS
– Le amministrazioni comunali oppongono a questi progetti la ricerca di un beneficio economico immediato, che verrebbe dal “fare cassa” consentendo la realizzazione di nuove aree fabbricabili a scapito del verde; oltre a non risolvere certo i problemi di bilancio con questa piccola cassa, non si dà nessuno slancio alla città in sé
– Non è assolutamente escluso che il recupero a verde delle aree non possa avvenire con un progetto complessivo che comprenda anche occasioni di sostenibilità economica dei progetti verdi, integrando verde e attività economiche
– E’ proprio del nostro progetto cercare di collegare le questioni di ampio respiro (il sistema verde – il recupero delle aree) con questioni di dettaglio ma importanti per la vita dei cittadini (gli spazi gioco – le piste ciclabili)

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Un Sindaco amico delle bambine e dei bambini, dei ragazzi e delle ragazze

September 30, 2015 By admin

Progetto di politica partecipata dell’associazionismo educativo milanese
 
Un nuovo soggetto deve imporsi per costruire una città migliore. Il nuovo soggetto è costituito dai bambini e dai ragazzi.
Per questo riteniamo davvero importante e anzi necessario sviluppare un programma per Milano fondato sui bambini e sui ragazzi.
Solamente in questo modo si può investire sul futuro delle nostre città e sulla qualità del nostro vivere civile.
Otto proposte che muovono dai loro sogni, esigenze, richieste, necessità e diritti.
Otto proposte che sono i fondamenti del progetto di politica partecipata; quella che vuole Milano amica dei cittadini più giovani.
 
 La città amica dei bambini e dei ragazzi
 
1.1 Un metodo di governo partecipato e condiviso
I Consigli di zona devono diventare punti di ascolto dei bambini e dei ragazzi.
Istituzione del Consiglio Comunale dei ragazzi.
 
1.2 Una città dove muoversi e respirare
La mobilità sostenibile: costruire percorsi sicuri casa-scuola e piste ciclabili.
Possibilità di andare gratis a scuola con i mezzi pubblici.
Aumento degli spazi per giocare. Esercitare il diritto al gioco
 
1.3 Un nuovo slancio educativo e culturale
Sostegno della didattica e recupero delle progettualità innovative
 Maggiori fondi e spazi per il tempo libero e per lo sport
 
1.4 Le politiche di accoglienza
Iniziative per favorire la multiculturalità.
Integrazione dei bambini e dei ragazzi in situazioni di difficoltà e disagio.
 
1.5 Una sanità per tutti
Una medicina scolastica qualificata.
Sviluppare attività di prevenzione e di promozione del benessere.
Maggiore sensibilizzazione sulla educazione alimentare.
 
1.6 Il sostegno alla genitorialità
Sostegno per l’accesso alla casa e per l’inserimento lavorativo
Più qualità e quantità dei servizi per l’infanzia
Sviluppare e rilanciare iniziative e spazi per “il tempo per le  famiglie”
 
1.7 Un consumo consapevole
Programmi educativi per una maggior responsabilità nel consumo
Tutela del bambino consumatore.
 
1.8 Più verde e meno cemento
Un piano per l’edilizia e
una riqualificazione urbana e dei quartieri a dimensione dei bambini.
Valorizzazione dei quartieri come luoghi di identità.
Un bosco intorno alla città
Dal mese di giugno – in vari  incontri tra le associazioni e le agenzie di Milano e della Lombardia che, a diverso titolo, si occupano di attività educative e di politiche per e con i bambini e gli adolescenti – abbiamo voluto intraprendere un percorso sfociato in un progetto programmatico, per una città amica dei bambini e dei ragazzi. Tale processo rende partecipi  anche i cittadini più giovani, attraverso una indagine qualitativa e numerosi  focus group. Un ascolto attivo che li riconosce come  protagonisti e costruttori delle nuove città.
 
Crediamo in questo modo di poter fornire un contributo importante. Crediamo, inoltre, di suggerire così facendo una differente e innovativa visione riguardo a come progettare lo sviluppo metropolitano.  Il tentativo è quello di mutare la pelle della nostra città, per trovare finalmente una Milano che risponda ai bisogni delle persone che ci vivono.
  
Hanno partecipato e aderiscono:
 
Agesci Milano
Arci Milano
Arciragazzi
Ass. Amici del Parco Trotter
Coop. Sociale ABCittà
Celim Milano
Confcoperative Milano
LegaCoopSociali
Fondazione Roberto Franceschi
Legambiente
Movi Lombardia
Piccola Scuola di Circo
Rete Scuole
Tempo per le Famiglie
Unicef Comitato provinciale di Milano
 
 
Altri documenti per il programma “Un Sindaco amico dei bambini e dei ragazzi”:
 
1. “Bambini e ragazzi oggi a Milano. Per un patto educativo con le nuove generazioni”, Forum provinciale del Terzo  Settore di Milano, 2004
2. “Costruire città amiche delle bambine e dei bambini. Nove passi per l’azione”, Unicef Italia, 2005
3. Sintesi degli incontri del tavolo
   Per contatti e informazioni ci si può rivolgere alle associazioni che hanno aderito oppure a info@arciragazzimilano.it
 

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“STRADE NUOVE NELL’URBANISTICA MILANESE”

September 30, 2015 By admin

Incontro con il prof. Alessandro Balducci,
Direttore del Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano.
 
Se quella della Fabbrichetta è almeno in parte la scommessa generazionale sulla possibilità di ritrovare una sintesi tra competenza tecnica e passione politica che ha costituito per esempio la forza di quel “socialismo municipale” milanese di inizio secolo che così tanto ha caratterizzato le istituzioni locali, Alessandro Balducci è tra i più qualificati ad intervenire. Non solo per il suo brillante percorso professionale, ma per la lunga e coerente attività pubblica, dagli esordi con la tesi di laurea sui primi passi di Berlusconi (pubblicata dalle Acli “Dal Parco Sud al cemento armato”), alla sua esperienza come giovanissimo consigliere comunale di San Donato, alla sua presenza nei momenti di forte partecipazione alle scelte urbanistiche in diverse aree cittadine.
In effetti senza risalire toppo indietro nel tempo, alcune recenti esperienze alimentano la mia relazione:
– la redazione del Libro Bianco sulla casa per il Prefetto di Milano
– lo studio di fattibilità per il Fondo Sociale Immobiliare della Cariplo
– il Progetto per il Villaggio Urbano alla Barona
– i Contratti di Quartiere per il Comune di Milano
– il progetto Città Sane

Il problema della casa ha tali caratteri di drammaticità da rivestire un ruolo centrale nella vita cittadina, ma è praticamente scomparso dalle agende politiche. In parte per la scomparsa dei partiti stessi, ma anche per il mutamento cittadino che ha realizzato di fatto l’espulsione dalle città delle categorie che esprimevano tradizionalmente il bisogno della casa.
Per verificare questo mutamento è sufficiente confrontare una fotografia aerea di Milano oggi con quella di trent’anni fa, e verificare come dall’esistenza evidente di una città costituita da centro e periferia, si è passati a quella nebulosa di cui già ci ha parlato Stefano Boeri in un suo precedente intervento. In questo passaggio si è verificato lo spostamento non solo da Milano, ma dalla Provincia di Milano, a vantaggio di Bergamo, Lodi, Lecco, tutte Province limitrofe, che hanno aumenti di popolazione nell’ordine del 10 % negli ultimi vent’anni. Questo il motivo quantitativo per cui il problema della casa non si concretizza a Milano in una domanda politica significativa.
Ma c’è anche un aspetto qualitativo, perché la domanda si è fatta più articolata, inglobando accanto all’evoluzione delle forme tradizionali della domanda abitativa, anche forme nuove di disagio.
Anzitutto si registra un fenomeno di rischio, una vulnerabilità nuova che colpisce fasce ampie del ceto medio, che per evitare nuove forme di strozzamento economico, devono assolutamente farsi ascoltare dalla città. Ci sono poi, con una grande varietà di casistica, forme di disagio rispetto all’accesso all’alloggio e vere e proprie forme di esclusione per i casi più marcati e duri, come quelli degli immigrati, delle tossicodipendenze.
Di fatto i numeri dicono che in pochi anni a Milano si è passati dal 50% delle case in affitto a solo il 20% , che si compone di un 5% di forme di affitto dalla mano pubblica, che si trasformano per la loro durata e resistenza in forme di quasi proprietà, e di un 15% che si ricicla sul mercato, ma solo per una fascia particolare, caratterizzata dall’ampia disponibilità di spesa e dal prezzo altissimo.
A fronte di questo cambiamento epocale, la totale disattenzione della politica cittadina, che nei tre bandi dal 1997 ha ricevuto 17.000 domande nel 1997, 12.000 nel 1999, ed ancora nel 2003 di fronte a 9.000 sfratti per morosità e 2.000 per finita locazione, ha offerto 495 nuovi alloggi comunali di edilizia sociale e 1.300 assegnazioni di case popolari. Le assegnazioni finiscono per testimoniare lo stato di difficoltà, perché le poche case che si liberano finiscono per essere assegnate alle persone che sono portatrici di gravi situazioni di disagio, quali la presenza di malati lungo degenti o portatori di handicap
Il patrimonio complessivo ammonta a 42.000 alloggi ALER e 20.000 del Comune di Milano, all’interno dei quali la popolazione ha un invecchiamento anche superiore alla già alta media cittadina, cui si aggiungono i problemi dati dall’abusivismo, nell’impossibilità per l’ALER di fare controlli. I motivi stanno in una scarsa efficienza storica dell’ente, visto che altre realtà analoghe in Lombardia, per tutte Brescia, funzionano relativamente bene.
Il cambiamento della città che si accompagna non è governato con gli strumenti esistenti, quali il Piano Regionale per l’Edilizia Pubblica o il Piano di riutilizzo dei Fondi Gescal, che risale al Ministro Nesi alla fine degli anni novanta. Infatti se con questi strumenti si sono potuti attivare alcuni fenomeni virtuosi, come alcuni bandi, i contratti di quartiere, è certo che la situazione complessivamente presenta troppe lacune. Ad esempio solo il piano Lombardo prevede un fabbisogno di 60.000 case, per le quali gli unici interventi sono dei programmi di facilitazione dell’accesso al mutuo.
In definitiva la rilocalizzazione della popolazione trasferisce costi enormi, senza dare benefici corrispondenti. Infatti il differenziale fra prezzo pagato per l’abitazione fuori città finisce per essere largamente compensato dai costi evidenti (trasporto) e da costi occulti, primi fra i quali il tempo e la qualità della vita. Si è creato un modello dissipativo di risorse, difficilmente controllabile. Certo non si può dire che si tratti di un fenomeno che non abbia alcuni aspetti positivi, soprattutto in prospettiva, ma al momento prevalgono le criticità.

A fianco della trasformazione del problema della casa, sta la trasformazione del vivere la città, in particolare in relazione ai quartieri cittadini.
Secondo alcune ricerche di Ilvo Diamanti sulla sicurezza, nell’attesa di sicurezza da parte delle popolazioni del nord Italia, cresce la parte riservata alle relazioni di tipo individualistico (famiglia – lavoro) a scapito dell’attesa di risposte provenienti dalle relazioni sociali ed istituzionali.
Ne sono esempi evidenti le situazioni che si creano in molti quartieri dell’area metropolitana di Milano. Uno per tutti un quartiere urbanisticamente bello e ricco di verde pubblico come il Sant’Amborgio a Milano, che vede una forte difficoltà nella vita di tutti i giorni, fra una popolazione invecchiata e la difficoltà dei giovani e giovanissimi di vivere normalmente in situazioni di degrado sociale e di insicurezza.
Milano è stato sempre storicamente una città di quartieri, che davano un senso di identificazione molto forte, accompagnando realmente tutta la vita dei cittadini. Oggi nei quartieri si sono anzitutto svuotati quei meccanismi intergenerazionali a cui si dovevano molti fenomeni di appartenenza. Anzitutto nei quartieri la mobilità è molto bassa, sino ad assistere a fenomeni di invecchiamento collettivo di interi quartieri che si erano popolati inizialmente di famiglie estremamente omogenee. Si è quindi assistito alla trasformazione dei circoli scolastici in comprensori, alla riduzione del numero dei Consigli di Zona e delle sedi ASL, e così la ridotta capacità economica della macchina comunale ha allontanato ed in molti casi del tutto eliminato la presenza ed il supporto del settore pubblico.
La crisi del modello del quartiere è diventata quasi irreversibile per questi fenomeni di eliminazione dei servizi di prossimità, proprio mentre invece si è data grande eco ad aspetti repressivi della risposta al bisogno di sicurezza, quali il vigile di quartiere e la polizia di quartiere.
Come per la casa, anche per i quartieri è importante distinguere le aree di intervento: per la casa il rilancio dell’affitto per dare nuova sicurezza ed aspettativa di vita migliore, e riduzione del disagio sociale, per il quartiere la valorizzazione di aspetti apparentemente esteriori diventa valorizzazione della vita civile e recupero di spazi di vivibilità altrimenti non riconquistabili. E’ essenziale non continuare a ripetere gli errori del passato, come si è fatto ancora una volta al quartiere Sant’Ambrogio, dove gli spazi commerciali sono stati vandalizzati e ripristinati più volte, ma senza mai pensare un intervento che li mettesse al riparo dai vandali rendendoli vivi e funzionanti. Avrebbe sempre senso un piano di recupero ed inserimento di dimensioni poli funzionali, non come fatto a Ponte Lambro nel progetto di Renzo Piano.

Per chi osserva anche la realtà internazionale è evidente che una delle nostre particolarità sta ad esempio nell’incapacità di mettere d’accordo diverse istanze istituzionali e nella perdita da parte della politica della capacità di mediare fra interessi e bisogni. Un esempio concreto: a Madrid ad Atocha la municipalità ha realizzato un nuovo polo dei trasporti eliminando le orrende e intasate sopraelevate, ed integrando nella nuova sistemazione anche un polo di edilizia residenziale ed il Museo Reina Sofia. A Milano in questo momento, nella nuova area della Fiera a Rho, assistiamo alla realizzazione di due stazioni dell’Alta velocità e della Metropolitana, distinte e lontane fra loro oltre 1 km. La politica dovrebbe recuperare la capacità di coordinamento degli interventi, che sono sempre più monolaterali, nel senso che hanno un solo protagonista, proprio per la sopravvenuta impossibilità di trovare accordi fra diversi interessi. In questo modo si perdono gradi opportunità.

Un esempio di uso mirato delle risorse è dato dai contratti di quartiere, un istituto che per chi lo ha voluto e vissuto è rapidamente passato dalla fase iniziale delle minacce a quella del giubilo popolare per le realizzazioni, come nel caso di Cinisello Balsamo.
I contratti di quartiere a Milano si sono concretizzati in un finanziamento di 220 milioni di € sui cinque quartieri a proprietà pubblica, con il fine di evitare che una volta finanziato l’intervento, il Comune ne abbandoni il controllo in senso sociale e non strettamente contabile.
Per fare questo si sono programmati interventi articolati di:
– inserimento di attività economiche
– rifacimento di alcune tipologie di appartamenti ormai obsolete
– inserimento di progetti sociali
– riqualificazione del verde
– partecipazione dei cittadini alle scelte ed alle realizzazioni

Questa tiplogia di intervento nasce dai programmi Urban della UE, che partono dal presupposto che senza dare agli abitanti un senso di appartenenza, non si riesce a cambiare lo stato di degrado delle città. La dimensione contrattuale per il coinvolgimento degli abitanti sarebbe un requisito necessario nei bandi di concorso.
Un comitato di sorveglianza coordina gli interventi ed arriva anche a gestirne la realizzazione. Gli interventi possono essere i più diversi, ed andare dalla trasformazione di spazi pubblici inutilizzati in spazi di servizio, all’affidamento a cooperative di giovani dei servizi di trasloco interni al quartiere.
Il risultato viene raggiunto nella totale assenza della macchina comunale tradizionale, che non è minimamente coinvolta. Ad esempio a Milano benché quattro dei cinque quartieri interessati siano all’interno di una sola zona, il Consiglio di zona non solo non ha alcun ruolo nel contratto, ma non se ne è nemmeno interessato.

Se si cercasse una risposta in termini politici, c’è invece una connessione fra problemi della casa e problemi dei quartieri, perché costruendo una politica vera della casa si potrebbero affrontare anche i disagi dei quartieri. E vero che quella della casa non è una questione solo di livello cittadino, ma è anche vero che non ripetendo gli errori del passato (PRU) una migliore selezione degli interventi può consentire un utilizzo migliore delle risorse disponibili.
A dimostrazione e conclusione l’esempio del Fondo Sociale Immobiliare Cariplo, che pur restando nei limiti statutari delle proprie obbligazioni istituzionali, ha sostenuto progetti di edilizia sociale, garantendosi la possibilità di finanziare al 4% il capitale investito (al netto del costo dell’area). Posto che nel passato c’erano costruttori di nicchia capaci di ritagliarsi un ruolo ed una remunerazione proprio nella costruzione di edilizia sociale, questo dimostra che anche oggi è possibile operare in questa fascia con interventi che senza essere speculativi, siano economicamente sostenibili.

Il costo sociale della delocalizzazione in provincia potrebbe essere maggiormente evidenziato, per sottolineare i problemi ed i disagi sociali che questa comporta.

Assistiamo nel campo del valore delle aree edificabili e già edificate, ad un rafforzamento della rendita di posizione per chi possiede aree cittadine, o ne ha fatto scambi con aree semi centrali, ottenendo in cambio vantaggi urbanistici. La rendita su questo tipo di area ha assunto dimensioni oggi imponenti., che erano inimmaginabili sino a pochi anni fa.

Rispetto all’eccesso di terziario e davanti ai vecchi interventi degli anni ’80 sulle aree dimesse, sarebbe anche interessante valutare la possibilità di recuperare a fini abitativi molti immobili deserti. Questo non ostante la valutazione di Alessandro Balducci sulla sostanziale certa anti economicità di questo tipo di interventi (riconversione diretta da uffici ad abitazioni).

Anche gli investitori istituzionali privati come banche ed assicurazioni hanno abbandonato il loro patrimonio immobiliare, dimesso con forme selvagge che hanno premiato solo alcuni più fortunati. Infatti quelli fra gli inquilini che potevano rispondere ad offerte sostenibili, hanno acquistato, gli altri sono stati espulsi dalla speculazione successiva. E’ un segno della dimensione economica del problema della casa.

Permane una visione pessimistica sullo sviluppo della città, al di là delle volontà politiche che sarà possibile esprimere. Infatti il seguito del fenomeno di delocalizzazione descritto, sta nella sopravvivenza in città solo di una fascia di cittadini ricchi insieme ad una fascia di sostanziali manutentori della città stessa, al servizio delle attività economiche ed espositive e degli abitanti ricchi. Il ceto medio viene inevitabilmente espulso da una città nella quale la qualità della vita tende allo zero. La volontà politica delle amministrazioni passate si è esaurita nella politica degli annunci, e non ha capito che la qualità della vita non sta nel sistema del global service ma nel coinvolgimento dei cittadini.

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VINCENZO SIMONE

September 30, 2015 By admin

Settore Educazione al Patrimonio Culturale
Coordinatore Ecomuseo Urbano Torino
 
SILVIA DELL’ORSO
Giornalista
Gruppo Repubblica-Espresso

INTERVENTI DELLAFABBRICHETTA
Interventi di
Piervito Antoniazzi.
Enrico Borg Presidente Commissione “Città della conoscenza”zona 9
Silvia Mascheroni
Walter Marossi
Giorgio Poidomani (cdz 9)
Egidio Greco
 
Introduzione
n po’ di emozione oggi perché il secondo incontro della nuova stagione della Fabbrichetta si svolge in quella vera cattedrale del lavoro che è la Fonderia Napoleonica di Milano, restaurata dai proprietari in modo tale da restituire un piccolo patrimonio alla città. Qui si è fatta la storia di un pezzo di città che ancora campeggia nelle nostre piazze più importanti, visto che qui è stata fusa la statua di Vittorio Emanuele che sta in Piazza del Duomo. Così come le porte dello stesso Duomo.
Il tema di oggi attiene proprio alle esperienze di cultura e territorio, e sarà introdotto da Silvia dell’Orso che sul tema sta per pubblicare un libro-inchiesta e che ci ha segnalato l’esperienza di cui parliamo. Si tratta di una realtà torinese interessante da diversi punti di vista, non ultimo quello politico, visto che si tratta di un’esperienza nata in gran parte dal basso, dall’attività delle Circoscrizioni, l’equivalente dei Consigli di Zona milanesi. Il luogo di quest’incontro è all’interno dell’unica zona amministrata dalla sinistra, di Milano. Una città che comunque la si voglia definire e giudicare, ha un disperato bisogno di progetti.

L’esperienza dell’ecomuseo di Torino vale la pena di essere raccontata e soprattutto ascoltata, anche sotto il profilo della sua replicabilità. L’ecomuseo è la rappresentazione plastica di come una struttura museale possa essere messa in relazione con la città che la ospita. E’ particolarmente bello farlo in un luogo come questo che rappresenta in sé un esempio di legame fra strutture e città. A parlare dell’ecomuseo è Vincenzo Simone, che ha seguito questo progetto dal primo giorno, e che ne è uno dei principali protagonisti nella vita amministrativa e culturale torinese.

Inviterei Vincenzo Simone a cominciare il suo racconto proprio dalla genesi del progetto.

La genesi del progetto ecomuseo si colloca all’interno delle politiche museali della città di Torino nelle ultime due amministrazioni. La città che gestisce le collezioni civiche si è posta di tutelare il suo patrimonio più ampio, quello non musealizzato, a lungo trascurato. Accanto al Settore musei che si occupa dei luoghi tradizionali della cultura cittadina, è stato creato un nuovo Settore che ha centrato la propria attività sulla accessibilità del patrimonio cittadino, creando un’accezione nuova del termine museo..
La città aveva già vissuto l’esperienza del Settore periferie, che ha lavorato a lungo sul rapporto fra periferia da un lato e patrimonio ed attività culturali. Da quell’esperienza sono nati i centri di documentazione storica locale sulla storia del patrimonio cittadino.
La trasformazione urbanistica di Torino negli ultimi anni è passata per il nuovo piano regolatore del 1994, i lavori olimpici, la costruzione della metropolitana e del passante ferroviario, ha provocato la trasformazione dei luoghi della città, mutando tanti punti di riferimento locali, al punto da porre la domanda su cosa rimanesse della vecchia città.
C’è stata anche una trasformazione della civitas, con il fenomeno dell’immigrazione che cambia continuamente la città, che già aveva vissuto a partire dagli anni cinquanta un fenomeno analogo, al punto che oggi la maggioranza dei torinesi ha almeno un genitore non originario del Piemonte. Questi fenomeni pongono la questione dell’identità cittadina in trasformazione.
In questo scenario cittadino si è innestata nel 1995 la legge della regione Piemonte che ha dato un preciso riferimento normativo e finanziario al progetto dell’ecomuseo. Ultimo tassello della situazione è dato dalla questione dell’accessibilità dei musei, questione non solo torinese ma nazionale se l’ISTAT ha calcolato che 3 italiani su 10 entrano in un museo, che è un medium culturale vecchio in un mondo in cui la mediazione del museo non è più strettamente necessaria.

Questo il quadro d’insieme quando nel 2003 la Giunta Comunale istituisce un gruppo di lavoro inter assessorile che ha cominciato a lavorare sull’argomento ecomuseo. A tre anni di distanza questo strano oggetto può essere definito partendo dalla sua pratica, ciò che rappresenta un’esperienza emotiva perché si colloca in un ambito umano e rappresenta il bisogno di mettere in relazione l’ambiente con lo spazio in cui si vive. Il territorio.
I quartieri, intesi come abitanti, associazioni, gruppi, scuole, fanno la loro parte, occupandosi di elementi tanto fisici che immateriali, memorie di luoghi e relazioni umane. L’oggetto non è dato dall’alto, ma viene proposto dal quartiere ad un gruppo di lavoro.
Dei dieci quartieri, le Circoscrizioni, otto hanno aderito alla proposta della Giunta, dimostrando la loro vicinanza ai problemi del territorio. La Giunta chiedeva loro di farsi promotori di progetti, di individuare i luoghi fisici che rappresentassero il progetto scelto nei confronti dei cittadini, facendosi nel contempo garanti dell’interesse generale di ogni progetto.
Dopo le 3 circoscrizioni inziali, già nel 2005 erano cinque, per diventare oggi otto, essendo ancora fuori dal progetto le Circoscrizioni Centro e San Calvario. Non è significativo il dato politico che queste due circoscrizioni siano amministrate dalla destra, visto che invece ha aderito e lavorato molto bene la Circoscrizione del Lingotto, che è amministrata dalla Lega. (Oggi tutte le circoscrizioni sono amministrate dal centrosinistra dopo le elezioni di maggio).
Concretamente il progetto decolla con una delibera della Circoscrizione, che viene sostenuta dal centro soprattutto in termini di sostegno e lavoro, molto meno in termini economici. L’amministrazione cittadina interviene anche a livello di normazione, di contributo, di esperienza sulla sicurezza e sulla promozione della capacità di auto finanziamento.
Un ruolo specifico è rivestito dai Centri di interpretazione, dedicati alla documentazione storica locale: un esempio è dato dalla Circoscrizione 5 che ingloba Borgo Vittoria, così denominato per ricordare la guerra con i francesi del 1706, e che si è dedicato al terzo centenario di questo evento storico. Il centro di interpretazione ha analizzato miti e documenti, rielaborato le celebrazioni del secondo centenario del 1906, tutte improntate allo sfruttamento del mito in senso funzionale a Casa Savoia (Pietro Micca!), mediando la rilettura dell’evento verso i cittadini.
Un altro esempio quello della circoscrizione Lingotto, che comprende il luogo in cui sorgeva, ed in parte sorge ancora, l’area dello Stadio Filadelfia, legato al mito del grande Torino. Oltre che patrimonio dei tifosi, lo stadio è patrimonio del quartiere, nel senso che è un’occasione per dare attenzione ad un patrimonio di memoria che è definito culturale dai cittadini.

Ma chi sono nel concreto gli attori di questo sistema ?
Gli attori sono di diverso genere e peso: fra i forti ci sono le scuole e le biblioteche che possono mettere a disposizione la loro organizzazione, e le associazioni abituate al lavoro in rete. Fra gli attori deboli, ma non di secondaria importanza, i singoli, gli anziani, i nuovi cittadini.
In una recente presentazione di Diego Novelli ad un volume sull’imigrazione a Barriera Milano, erano presenti in maggioranza non gli anziani interessati alla memoria del quartiere, ma i giovani interessati alla storia del loro quartiere, ed alla precedente esperienza di integrazione di immigrati. Questi sono attori del sistema.
Parlando degli attori non si può dimenticare che Torino ha già musealizzato molta della sua storia, ma senza rappresentare la città del ‘900. Ad esempio già molto tempo fa Vittorio Viale aveva proposto Palazzo Madama come sede di un museo contemporaneo.
L’ecomuseo permette tutto questo: non è l’unico né forse il migliore dei mezzi, ma è un tentativo di definire un patrimonio culturale per poi tutelarlo.

DOMANDA
C’è una collaborazione pubblico/privato per mettere in campo finanziamenti accanto alla volontà politica ?
RISPOSTA
Ogni circoscrizione definisce uno spazio aperto ai cittadini per l’attività, che viene quindi offerto dal “pubblico”, in cui il comune interviene finanziariamente in conto capitale.
Poi i privati intervengono in vario modo nei gruppi di lavoro come portatori di interessi e progetti.
Posto che in un anno la gestione di otto centri di questo tipo costa meno dell’allestimento di una sola cosiddetta “grande mostra”, c’è poi tutto lo spazio per il lavoro dal basso sui progetti. Chiaro che i condizionamenti politici, i rapporti anche politici e di schieramento con il centro cittadino, contano e sono ineludibili. Ma sempre gestibili.
DOMANDA
Forse è improprio porre la domanda in una città come Milano che spende in cultura molto meno di città di gran lunga più piccole, ma la domanda c’è ugualmente: cosa ci guadagna la città ?
RISPOSTA
Il progetto è principalmente rivolto ai residenti, con obbiettivo ultimo la qualità del loro vita. Inevitabilmente poi si creano forti interessi cittadini generati dalle esperienze di ecomuseo, e persino fenomeni di turismo cittadino, perché in molti vogliono vedere le esperienze delle Circoscrizioni.
In ogni caso oltre al ricavo di lungo periodo con le ricadute positive sulla vita sociale, ci sono anche ricadute più immediate in termini di conservazione del patrimonio.
DOMANDA
Tra museo tradizionale ed ecomuseo ci sono due diverse modalità di interpretare la conservazione e valutazione del patrimonio museale. Come interagiscono ?
RISPOSTA
Da parte dell’istituzione museale tradizionale c’è inevitabilmente una chiusura iniziale, ma ci sono anche molte esperienze trasversali, ad esempio come nel caso della realizzazione delle mappe di comunità con la Fondazione Mek che opera in ambito museale tradizionale, specificamente nell’arte contemporanea.
DOMANDA
C’è nell’esperienza dell’ecomuseo una tendenza al localismo, alla auto referenzialità ?
RISPOSTA
Il localismo è un grosso rischio, mediato e controllato da chi come noi ha il compito di coordinare.
DOMANDA
Come viene monitorata e controllata l’attività dell’ecomuseo ?
RISPOSTA
Si tratta di uno problemi più seri: il controllo di gestione interno dell’amministrazione comunale aveva proposto di misurare l’efficacia del progetto sul numero dei visitatori. Questo criterio non era però soddisfacente, perché non si tratta di fare record di visitatori, quindi da parte del nostro settore si è contro proposto di monitorare il numero delle persone attivamente coinvolte nel progetto. Criterio che viene attualmente seguito.
Certo che l’esperimento funziona a pieno regime, si cercano nuovi indicatori di soddisfazione e si cerca di fare in modo che ci sia in merito una buona comunicazione.

Per concludere, visto che in parte è stato introdotto da questa ultima domanda, quali sono le criticità del progetto ecomuseo ?
Le criticità sono molte: una prima è di ordine politico, perché la delibera che stava alla base del progetto era il frutto di un concerto fra più assessori, che all’inizio ha funzionato molto bene. Poi, con il passare del tempo, soprattutto le esigenze proprie del settore urbanistica hanno cominciato a divergere rispetto a quelle del settore cultura, e quindi si è aperto un lungo periodo di mediazione politica. Un altro aspetto delicato rappresenta in modo alternato nel tempo criticità ed opportunità ed è dato dal carattere un po’ anarchico delle iniziative, dal grande fermento che le genera, che va governato senza irreggimentarlo per non rischiare di renderlo sterile. Noi tentiamo di non intervenire mai nel merito del contenuto, ma nel sostegno al progetto con una attiva partecipazione ai gruppi di lavoro, un altro elemento critico è dato dall’evoluzione del concetto stesso di ecomuseo, che è nato ed di per sé un concetto flessibile, che però nel tempo fa sentire la necessità di darsi regole di crescita, sulle quali il dibattito è aperto presso una comunità molto allargata.
Paradossalmente nell’insieme dell’esperienza dell’ecomuseo la questione finanziaria è importante ma non determinante, pur se in questo momento storico così difficile per le risorse finanziarie degli enti pubblici.

Conclusione
C’è un po’ di invidia da parte di noi milanesi nell’ascoltare questo racconto, ma da questo tipo di esperienze e proprio dalla Zona 9 di Milano, c’è la voglia e lo spazio per ripartire.

 

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Perché abbiamo perso ? Analisi della campagna elettorale per le elezioni comunali svolta da Walter Marossi

September 30, 2015 By admin

a LA FABBRICHETTA , giovedì 8 giugno 2006

La campagna elettorale era iniziata nel migliore dei modi:
1) un candidato per la prima volta autorevole e conosciuto
2) che partiva con largo anticipo
3) che veniva legittimato dalle primarie a larga maggioranza e senza grandi lacerazioni
4) che godeva del consenso di settori significativi di quello che è chiamato terzismo
5) cui veniva permesso di preparare una propria lista per pescare in settori diversi da quelli della sinistra e di formulare un programma con ampia autonomia

La strategia di Ferrante appare anche abbastanza semplice:
1) riportare al voto l’elettorato che si era astenuto alle regionali
2) ridurre il gap tra liste e candidato che aveva caratterizzato la campagna di antoniazzi
3) conquistare l’elettorato moderato d’opinione su cui il prefetto poteva certo fare maggior presa del sindacalista
4) sfruttare le condizioni di relativa difficoltà dell’avversario appesantito da una confusa gestione del ministero e appiattito su posizioni cattomoderate in materia di scuola e assistenza in una città tradizionalmente più laica della sua classe politica

Non è certamente una partita in discesa ma per la prima volta appare possibile la vittoria. Eppure si perde e si perde pure male.
Perché male?
solo un anno fa alle regionali con lo stesso numero di elettori (alle regionali votarono 680782 elettori alle comunali 680061 quindi i raffronti una volta tanto sono coerenti) Sarfatti prese il 47,89% di voti cioè quasi un punto in più di Ferrante, mentre la coalizione si fermò al 44,39 contro il 44,54 delle comunali, va tuttavia ricordato che alle comunali con Ferrante si schierava anche il partito radicale che alle regionali non era nella coalizione.
In un anno si perde quasi un punto percentuale ma soprattutto in una elezione fortemente caratterizzata dalla candidatura del sindaco diminuisce drasticamente, circa il 50%, il numero di elettori che vota solo il candidato.
La Lombardia tra l’altro lo scorso anno era stata la regione italiana con la più alta percentuale di voti solo al presidente.
Come a dire che Ferrante non solo non fa la differenza ma la fa meno di Sarfatti.
E questo quando il suo competitor è meno popolare della sua coalizione
Il risultato della coalizione, a parità di componenti, è più basso delle due elezioni politiche precedenti, ed è di pochi decimali superiore (sempre accorpando i voti delle liste in modo il più possibile omogeneo) a quello delle comunali del 2001.
Delle provinciali e delle europee è più difficile parlare perché i sistemi elettorali e le caratteristiche di quelle competizioni erano troppo diverse per numero di candidati e per tipologia delle coalizioni, tuttavia non mi pare che il saldo di queste comunali sia positivo, riaggregando i dati

Di più il numero degli astenuti comparando elezioni politiche e comunali vede un saldo negativo del centro sinistra di circa 15000 elettori.
In sostanza non solo non si riesce a spostare segmenti di elettorato moderato ma non si riesce neppure a riportare al voto quegli stessi cittadini che si erano mobilitati solo due mesi prima.
La campagna non convince quindi i moderati ma neppure il complesso dei cittadini che vogliono liberarsi del berlusconismo, anzi pare non convincere neppure a sinistra. Infatti storicamente alle elezioni milanesi più alto è il tasso di astensione più pesano percentualmente i voti della sinistra radicale, qui avviene il contrario con un numero di elettori pari a quello dello scorso anno il peso della sinistra radicale si riduce percentualmente.
In sostanza Ferrante non recupera a destra neppure i voti dei partiti che si aggregano per la primavolta alla coalizione (basti pensare che la rosa nel pugno tra politiche e comunali perde quasi tre quarti dei voti) e perde qualche cosa a sinistra probabilmente verso l’astensione.
Perche?
Avere certezze il giorno dopo le elezioni è abbastanza semplice, basta usare il bartaliano “gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare” e si è a posto, tuttavia alcune osservazioni si possono fare anche senza un’analisi approfondita che richiede tempo:
1) il profilo del candidato, che in una campagna presidenziale è fondamentale, non è emerso. la sensazione trasmessa è stata quella di un buon mediatore ma indeciso
2) il profilo programmatico della coalizione è stato ambiguo, cosicchè un elettore moderato poteva pensarlo caratterizzato dai no dei settori più radicali (primo fra tutti Fo) ed un elettore più radicale poteva vederlo come compromissorio, in altre parole non era ne carne ne pesce. Più ancora non si è capito a chi si rivolgeva come ha detto Morganti ci si è rivolti di più ai taxisti che agli utenti di taxi (certamente più numerosi)
3) la lista del candidato non è stata una lista di incursione in terreni altrui o inesplorati ma una lista contenitore, addirittura con due dei suoi competitor alle primarie (che difatti hanno preso cadauno qualche centinaio di voti in meno di quelli delle primarie); tanto più che notoriamente più liste ci sono alle elezioni comunali più voti (magari pochi) si prendono
4) l’elettorato d’opinione non si è mosso. Qui occorre fare una precisazione, nelle analisi degli anni ‘70 , l’elettorato d’opinione urbano veniva identificato con un ceto medio colto ed informato che sceglieva in funzione dei programmi in genere all’interno dello schieramento laico. Oggi probabilmente bisogna intendere per elettorato d’opinione quello che non legge i giornali, che sta più nella periferia che nel centro della città e che si forma le proprie convinzioni politiche fondamentalmente attraverso la televisione, il passa parola e la comunicazione dei candidati in campagna elettorale. E’ un elettorato che spesso decide all’ultimo minuto.
5) Ebbene la mia sensazione è che la campagna del centro sinistra sia stata qualitativamente molto inferiore a quella del centro destra, una comunicazione tutta autoreferenziale molto pubblicitaria e poco elettorale (che ha portato ad esempio ad utilizzare principalmente, come ha detto Penati, il manifesto Ferrante, Cornacchione, Zelig con un ammiccamento tutto da capire).
6) La ragione della differenza tra la campagna della Moratti e quella di Ferrante è solo economica? Non credo: si possono fare campagne anche povere ma efficaci, bisogna però adeguare gli strumenti ai mezzi economici. Tuttavia è vero che per una campagna tradizionale a Milano ci vuole all’incirca un milione e mezzo di euro, ora considerando che si è partiti a novembre che alle primarie hanno votato oltre 80000 elettori, che tra candidati al comune ed alle zone erano in pista più di duemila persone non mi pare una cifra irraggiungibile.
7) l’avversario non è mai stato messo in difficoltà, per usare termini calcistici gli si è lasciato fare il gioco che voleva, gli si è lasciato il controllo della palla, non si è fatto pressing. Così Letizia Moratti è riuscita a cambiare due otre volte linea e soprattutto ad accreditarsi via via con una immagine accattivante quale non aveva all’inizio. Certamente su questo ha influito anche il comportamento esemplare di Albertini che è uscito di scena con estrema dignità, dando un contributo fondamentale con la sua presenza/assenza alla campagna della Moratti
8) Il centro sinistra è supponente,continua a ritenere il centro destra ed in particolare Forza Italia un partito di parvenue privo di classe dirigente, come se non amministrasse questa città e questa regione da più di un decennio, la sottovalutazione dell’avversario porta poi ad equivoci sostanziali come dare per schierato un elettorato popolare che non c’è, o per lo meno non c’è nella misura ipotizzata, porta a credere ad uno zoccolo duro che è in realtà molto minore, porta a credere ad una rete di militanti e di movimenti a sostegno che in realtà è molto più teorica che reale. Del resto le preferenze prese dai protagonisti dell’associazionismo “politico” e della cosiddetta società civile sono li a spiegare bene pesi e misure reali.

Per farla breve è stata una campagna troppo gauchista che ha scontentato i moderati, o una campagna troppo moderata che ha allontanato i gauchisti, paradossalmente è stata tutte e due le cose in pratica è stata una campagna dilettantesca.

Banalizzando: di chi è la colpa?
Del candidato o dei partiti, che hanno fatto mancare il loro appoggio?

Io credo che il candidato avesse tutte le qualità per vincere ma come in tutte le competizioni quello che conta è la gara non il record in allenamento, e Ferrante è arrivato del tutto impreparato alla gara, sfiancato dalla preparazione, privo di una strategia.
I partiti credo che abbiano dato tutto quello che potevano dare, considerato che da anni il centro sinistra non esprime una classe di governo cittadina, che figure di spicco non ce ne sono, che le sconfitte del passato hanno generato una sindrome isolazionista permanente, e che tutto sommato i partiti forse con la sola eccezione dei ds sono poca cosa in termini di forza organizzata.
Anche l’importanza della lista unitaria ds- margherita così forte all’interno degli apparati non è correlata al comportamento dell’elettorato che infatti appena gli viene fatta un offerta più vasta
(con la lista Ferrante)si sposta; è vero che si potrebbe dire che la lista Ferrante ha trattenuto voti che erano in uscita ma francamente credo che all’interno del centro sinistra esistano due elettorati: uno che vota il proprio partito di riferimento con una forte continuità, e uno che si sposta con facilità anche a pochi mesi di distanza; un elettorato che deve essere ogni volta motivato sia nella scelta dei temi che nella scelta dei candidati sbagliare l’uno o l’altro o peggio tutte e due espone a brusche sorprese.
Probabilmente quindi la responsabilità maggiore come del resto in tutte le presidenziali va addebitata al candidato, o meglio ancora ai suoi allenatori.
In fondo Ferrante ha accettato una sfida al buio, erano altri che dovevano spiegargli che quello del candidato è un mestiere difficile e spietato, soprattutto perché in caso di sconfitta sei solo.

Mi resta un dubbio alla fine di questa chiacchierata : magari saremmo andati al ballottaggio e avremmo vinto se solo ci si fosse occupati di alcuni dettagli, fra cui quello di far star zitto Visco.
Ed una domanda : come è possibile che nel 2006 la coalizione di centro sinistra a Milano abbia meno voti di quelli che avevano pci e psi nel 1980?

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